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La speranza operosa

La speranza operosa
di Michele Santangelo

IBR-1113189Molti oggi, forse la maggior parte, ascoltando o leggendo per conto proprio – perché ci sono tanti che lo fanno – i brani di sacra scrittura proposti dalla liturgia domenicale, non potranno fare a meno di lasciarsi attraversare da un velo di tristezza. Sono di scena, infatti, il dolore, la sofferenza, la malattia, realtà dalle quali nessuno può ritenersi indenne. E si tratta di esperienze umane molto forti i cui effetti sul fisico e sullo spirito spesso lasciano segni indelebili, di cui neppure il trascorrere del tempo, a cui la saggezza umana ha sempre  attribuito un forte potere terapeutico, riesce a lenire le ferite. Malattia e dolore vanno ad intaccare i desideri più profondi dell’animo, come il desiderio di vivere e di essere felici. Ed anche quando certe persone abbracciano volontariamente il dolore, come i grandi asceti che invocavano la sofferenza, o i martiri che andavano incontro con gioia ai supplizi più atroci e perfino alla morte, lo fanno in vista di un bene ed una felicità  che sorpassa tutti gli altri: il ricongiungimento a Cristo, loro Salvatore. Malattia, dolore e, quindi, la morte, soprattutto quando essa appare inspiegabile e ingiustificata al comune sentire, mettono in discussione la stessa esistenza umana, il suo senso e il suo fine. Sono i luoghi in cui più che in ogni altro campo si pone con prepotenza e drammaticamente il problema di Dio. Provate, al di fuori di un contesto di fede,  a dare una risposta umanamente plausibile ad una mamma che, di fronte ad un figlio  che sta morendo, chiede: “ma perché Dio permette tutto questo?”. Del resto, chiunque è passato attraverso la malattia o il dolore, sa che almeno in certi momenti domande di questo tipo gli sono passate per la mente e nel cuore. La Bibbia, che è il libro che mette continuamente a confronto le esperienze e i problemi dell’umanità con l’esistenza di Dio, non lascia cadere nel vuoto simili domande. Un esempio di questo è il brano del libro di Giobbe che leggiamo questa domenica dove il personaggio biblico, che rappresenta ogni uomo che vive sulla terra, si lamenta con il Signore che “i giorni passano come tela che viene arrotolata e presto finiranno senza speranza”. Di fronte  a questa amara constatazione, a Giobbe restano solo due strade: la disperazione o la fede in Dio; e Giobbe sceglie la seconda alternativa e si affida completamente al Signore. Scoprirà così che Dio non ha nulla a che fare con la sofferenza umana, nel senso che non la determina, anzi è tutt’altro che indifferente al dolore dell’uomo, così come non può essere accettata la conclusione semplicistica secondo la quale chi commette il male è castigato da Dio, chi invece si comporta bene è premiato. Se questa era la mentalità antica, giunta essa fino a Gesù, viene da questi ribaltata in modo assolutamente contrario, quando, di fronte al cieco nato, alla domanda della gente: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?,” Egli risponde: “ Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”. Opere che esemplifica, secondo il racconto di Marco, nella guarigione degli ammalati, nella liberazione dai demòni. Così guarì la suocera di Simone e tanti altri, manifestando assoluta solidarietà verso chi soffre nel corpo e nello spirito. Lo fa nella casa di Simone,  nell’ambito privato e familiare, nella sinagoga, ambito religioso, poi “davanti alle porte della città”, in ambito pubblico, dove – precisa il vangelo di Marco – “guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”; come dire che tutti i contesti della vita umana, sia singola che associata, erano percorsi dal potere sanante di Gesù. Il mondo dei malati, dei deboli, dei sofferenti, di quelli che sono affranti dal dolore fisico e morale costituiscono, per dir così, anche la prima linea della Chiesa nel suo complesso, essendo essa fondata da Cristo per continuarne l’opera fino alla fine dei secoli, destinando le sue premure a tutti, senza distinzione alcuna. Per il cristiano, l’impegno ad alleviare il dolore, a guarire i mali, come a rimandare la morte, è un dovere che discende dalla sua condizione di battezzato, perché Gesù stesso lo ha fatto. Il vangelo della sofferenza, dice il cardinale Biffi, invita alla speranza, ed una speranza operosa. È anche l’unico capace di rianimare gli uomini che da sé sono tutti facili candidati alla disperazione.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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