La stabilità nel segno di Alfano

La stabilità nel segno di Alfano
di Carmelo Conte
L'ex ministro Carmelo Conte
L’ex ministro Carmelo Conte

A chi, alla buvette di Montecitorio, qualche giorno fa, gli ricordava che “Berlusconi diventa veramente Berlusconi solo in campagna elettorale”, per sottolineare che le sue critiche sempre più nette alla politica economica del Governo potessero essere sintomatiche di un disegno per un imminente ritorno al voto, Alfano ha risposto sì, ma non fa sul serio. Non è pronto per una campagna elettorale generale, ha bisogno di tempo, come noi. Una risposta che ha accreditato la veridicità della telefonata, intercorsa tra Berlusconi e Alfano ai primi di novembre, durante la quale avrebbero convenuto su una tattica di resistenza all’ipotesi renziana di elezioni anticipate. Invero, Berlusconi ritiene conveniente che il Governo resti in carica almeno per un altro anno perché, sotto l’incalzare della crisi, è destinato a perdere credibilità e questo potrebbe creare i presupposti di una sua nuova discesa in campo. Per rilanciare, alla guida di Fi, la sfida elettorale con il Pd di Renzi, avendo la prospettiva di potere arrivare almeno secondo, sorpassando il M5S di Grillo che è in progressiva caduta nell’opinione pubblica per l’incapacità a fare un’opposizione costruttiva. Alfano, a sua volta, ha interesse a far durare il Governo il più a lungo possibile perché teme che il Ncd, creatura (im) politica da lui creata in vitro, non sia ancora in grado di affrontare una campagna elettorale generale e abbia bisogno di vitalizzarsi: usando il potere centrale per insediare, attraverso prove elettorali locali, in posti di rilievo i gruppi dirigenti territoriali che ha formato per scissione dall’ex Pdl. Di qui la scelta di estendere l’alleanza politica con i democratici anche a livello regionale, secondo due possibili modi: accordo di coalizione con liste di partito oppure confluenza nelle liste del Pd con propri candidati. Per modo da proporsi, in ogni caso, come espressione decisiva (o quasi) della governabilità nazionale e regionale, pur avendo un peso elettorale del 2%. Di questa evoluzione delle alleanze si sta occupando Gaetano Quagliariello che, nella qualità di coordinatore nazionale del partito, sta promuovendo incontri a livello locale e nazionale con dirigenti della propria area politica e personalità di Scelta Civica e dell’Udc per coinvolgerli nella decisione, avendo già acquisito la disponibilità di Renzi. In tale contesto, la settimana scorsa ha avuto un lungo colloquio telefonico anche con Paolo Cirino Pomicino che, in Campania, sostiene l’accordo del centro destra con Stefano Caldoro, del quale è divenuto, dopo un periodo di rottura, un convinto sostenitore. Ruolo che egli svolge con perizia e determinazione, come prova il malo modo con cui ha concluso la sua telefonata con Quagliariello, al quale ha dato del male informato. Tuttavia, non gli sarà facile difendere, compattare e riproporre l’attuale coalizione di centro destra sia perché essa è inconciliabilmente divisa sia perché è responsabile di una crisi senza precedenti per la Campania: ha un gradimento popolare del 5%. Tanto che lo stesso Caldoro, non potendolo negare, ha scavalcato tutti, opposizione compresa, e ha attribuito il fallimento all’inidoneità dell’Istituto Regionale di cui va proponendo da mesi l’abolizione. Mentre s’impone una modifica istituzionale netta e inequivoca: rafforzare lo Stato centrale ridimensionando le Regioni, come tende a fare Renzi, oppure riformare le Regioni facendone dei Lander alla tedesca, riducendo i poteri  dello Stato, come sostiene la cultura riformista europea. Resta, in ogni caso, un dato ineludibile ovvero il malgoverno dei politici attuali, ai quali ben si applica una notazione di Vincenzo Cuono sugli illuministi napoletani: “far leggi a un popolo richiede prima di tutto di conoscerlo “. Ebbene, la nomenclatura al comando della Campania non conosce il suo popolo né la Natura dei problemi che lo affliggono.

redazioneIconfronti

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