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La stampa locale aiuta la democrazia e va sostenuta

La stampa locale aiuta la democrazia e va sostenuta
di Michelangelo Russo

Cinque anni fa una sentenza esecutiva di primo grado, in una vecchia controversia per diffamazione, mi assegnò una cospicua somma di risarcimento contro il quotidiano salernitano Cronache. Comunicai al direttore D’Angelo la mia rinuncia all’esecuzione in danno: non lo feci per galanteria né per tornaconto d’altro genere. Lo feci perché bisogna essere coerenti quando si parla di democrazia, come ho detto in tanti miei scritti.

Quando si proclama un’adesione convinta ai principi di uguaglianza democratica, l’avversario dichiarato è ogni potere arrogante e refrattario alle critiche; perciò anche un piccolo giornale è vitale per la democrazia per assicurare una “controvoce” nei confronti del prepotente di turno. Intaccare la base economica di un giornale locale significa renderne comunque più difficoltoso il lavoro. Chi parla di democrazia deve quindi osservare la tutela dell’interesse superiore all’informazione rispetto al proprio interesse patrimoniale per quanto legittimo possa essere. Questa è la regola della coerenza democratica.

Oggi più che mai ritengo di avere fatto la scelta giusta: oggi che la crisi della carta stampata appare sempre di più marcata! I giovani non leggono più i giornali ma neppure i vecchi. La mediatizzazione attraverso i video canalizza i lettori delle news verso l’espressione più banale e consumistica dell’informazione, che è il notiziario sintetico. Ma questo schema di comunicazione è quello più insufficiente che vi sia: la notizia in sé, al di là dell’emozione che reca nell’immediato per il fatto nuovo e inedito, non ha alcuna valenza sociale. L’evento sbandierato dal notiziario soddisfa la fame, a ora fissa, di avvenimenti nuovi, al pari dell’appetito di mezzogiorno placato da un hamburger di Mc’Donalds. Ma la nutrizione corretta è un’altra cosa.

Michelangelo Russo

Michelangelo Russo

Invece il popolo dei consumi tende a nutrire l’intelletto con informazioni fast food; lo sta facendo così come si comporta con il vestiario, che proviene, ormai in massima parte, da grandi “stores” di robaccia cucita in sartorie approssimative di fabbriconi asiatici. Sulla scia di queste scelte dissennate tendono a muoversi sempre più i giornali, soprattutto quelli locali, rincorrendo il basso costo di produzione tramite la confezione di un prodotto scadente, ma a buon mercato, come vuole il pubblico. Come nei negozi di abbigliamento è sempre più difficile trovare capi di qualità corredati dall’originalità ed inventiva della creazione italiana, così la notizia standardizzata avvilisce la sostanza nobile della carta stampata, che è il commento accreditato di penne di qualità che fungono da chiave di lettura degli avvenimenti.

Il nuovo anno 2018 segna il cinquantenario del 1968; prima delle conquiste operaie e studentesche, prima dei Rolling Stones e della minigonna, la controinformazione del Sessantotto fatta di analisi critica fu l’invenzione epocale per osservare il mondo con occhi diversi dall’ottica di prospettazione dei fatti operata sino ad allora dalla borghesia convenzionale. Nacquero decine di giornali e migliaia di pubblicazioni che parlavano un linguaggio nuovo; il sapere alternativo era ricercato e prezioso più degli oggetti di mercato. Quotidiani, periodici, riviste e saggistica si vendevano più dei gadget di moda. Polifonia musicale e poliglottismo culturale riempirono di suoni colti e passionali il cielo di maggio. Esplose, soprattutto tra i giovani, la necessità di un dibattito permanente in tutti i luoghi, con in mano i giornali; fasci di giornali, di ogni tipo. Ho amato quel tempo; ne sono stato contagiato irrimediabilmente. Per questo mi addolora la sofferenza della carta stampata. I giornali sono uno degli ultimi luoghi di diffusione del pensiero, sia che si concreti esso in discorsi profondi, sia che si esprima in leggerezza di costume. Il loro declino è accompagnato dal tramonto di quegli altri punti di aggregazione che sono stati i circoli associativi: circoli di universitari, circoli di impiegati, circoli borghesi festaioli e salottisti, perfino circoli di caccia e pesca; sono stati tutti luoghi comunque di scambio di informazioni, quasi sempre con la rosa dei giornali sul tavolo della sala di lettura.

Ma finché c’è stampa, direi, c’è speranza! Perché in un mondo senza più voci di risonanza la prima voce a tacere è quella della giustizia. Ci tranquillizza sapere che, se c’è pur sempre un giudice a Berlino, c’è ancora per fortuna più di un quotidiano a Salerno. Buon 2018!

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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