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La straordinaria normalità del bambino Gesù secondo il Papa

La straordinaria normalità del bambino Gesù secondo il Papa
di Luigi Rossi

Albrecht Dürer (1471, Nürnberg – 1528, Nürnberg), “Cristo fra i dottori”, 1506

La figura di Gesù, nonostante le nuove tendenze nel campo della ricerca storica e la convinzione, oggi più radicata, che il presente confrontato con il passato mostra sempre più chiari i segni della sua alterità rispetto a quest’ultimo grazie alla consapevolezza degli evidenti cambiamenti, non smette d’incuriosire. Il dato è confermato dall’esame dei cataloghi delle librerie, che mostrano con chiara evidenza quanto sia attuale il desiderio di conoscere sempre più chi sia veramente Gesù, anche rispetto alla sua dimensione storica.
La tradizione di Gesù presenta due protagonisti in dialogo: Lui, che inizia un’esperienza di vita, fatta di gesti, parole, azioni e gli stessi narratori che ne sono in modo determinante influenzati senza essere per niente degli algidi testimoni di ciò che vedono e sentono. Perciò, ad un’analisi scevra da pregiudizi risulta evidente che la fede è presente fin dagli inizi di questa tradizione, nata già come espressione di fede dei discepoli, i quali percepiscono lo stretto legame che genera fiducia ed è consolidato da ciò che odono e vedono compiere. Inoltre, un avvenimento è storico non solo perché accaduto, ma anche perché lascia una traccia importante, fino ad essere decisivo anche nelle scelte di vita di chi vi riflette. È per questo che Gesù, vissuto nella Palestina di duemila anni fa, continua a vivere nella storia che egli stesso ha creato e in quella che ciascuno di noi vive, nella propria coscienza, quando è in grado di cogliere in profondità la sua parola. Da qui la necessità, per ogni generazione, di rileggere i Vangeli per determinarne l’eco con la propria esperienza esistenziale.
In questa prospettiva va letto l’ultimo saggio del papa: L’infanzia di Gesù. Il libro tratta di un tema molto delicato relativo ai primi due capitoli dei vangeli di Matteo e di Luca, in tutto 180 versetti che hanno ispirato la cultura occidentale in tante manifestazioni di arte e di religiosità. Benedetto XVI è consapevole delle difficoltà alle quali sarebbe andato incontro nel “dialogo con i testi”, cosciente che “questo colloquio nell’intreccio tra passato, presente e futuro” non sarà mai definitivo perché è soggetto all’interpretazione, la quale si colloca sempre un passo “indietro rispetto alla grandezza del testo biblico”. Ma il pontefice vuole dimostrare che nell’evoluzione delle ricerche storico-critiche non è vero che la figura di Gesù sia diventata sempre più indefinita e si conosca poco del Gesù storico perché condizionati da quanto ha sviluppato in seguito la fede in Lui. Il Papa, corroborato da una lunga vita di studi e alla fine di un’appassionata ricerca, afferma che se l’interpretazione della Bibbia richiede la fede, ciò non significa minimamente minare la serietà scientifica della ricerca storica. E lo dimostra prendendo in esame l’infanzia di Gesù. Questi, infatti, proviene “dal mistero di Dio, che nessuno conosce, ci viene descritt(o) dai cosiddetti racconti dell’infanzia non allo scopo di svelarne il retroscena ma precisamente per confermarne la misteriosità”, come J. Ratzinger ha scritto in Introduzione al Cristianesimo. Questa premessa gli consente di sviluppare le sue argomentazioni facendo riferimento al metodo della lectio divina: insieme di letture critiche e preghiera, continuo colloquio intimo con Dio che contribuisce a rendere attuale il testo.
Il bambino descritto nei capitoli evangelici non è l’enfant terrible sul quale hanno fantasticato gli apocrifi per rispondere a curiosità devozionali troppo umane; somiglia a tutti i bambini del mondo. Il pontefice non vuole soddisfare curiosità biografiche su aspetti secondari, ma propone una riflessione teologica articolata in un percorso culturale che non nasconde i riferimenti a dispute storiche. Per meglio rispondere a domande di senso egli si chiede che cosa intendessero Matteo e Luca, necessario riferimento alla componente storica dell’esegesi. È la premessa per verificare se ciò che è stato scritto è vero e, soprattutto, se ci coinvolge perché il quesito sul rapporto tra passato e presente è parte integrante della interpretazione; non inficia la serietà della ricerca storica, ma l’accresce.
Il bambino oggetto delle analisi del pontefice diventa il portatore della gioia perché è un avvenimento che ha mutato il senso della storia, non un mito. Infatti, “Gesù è nato in un’epoca determinata con precisione”. Nessuno può più smentire che: “Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente individuato: l’universale e il concreto si toccano a vicenda.” Queste considerazioni sono un evidente frutto del convergente rapporto tra senso letterale e spirituale nella Bibbia. Infatti, dalla sua lettura desumiamo i fatti, mentre l’allegoria ci apre la mente sull’oggetto del credere, il senso morale invita a operare e l’anagogico indica la prospettiva dove tendere. È l’inizio di un pellegrinaggio interiore che guida nella ricerca di un solido fondamento ad una luminosa speranza.
Il papa comunica tutto ciò con una semplicità di scrittura che costituisce un evidente armonico traguardo di spirito e di cultura. Un esempio è fornito dalle parole nelle quali riassume lo stupore di Maria quando può coccolare il suo Figlio: “Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio (…) Ella sente insieme che il Cristo è il suo figlio, il suo piccolo, e che egli è Dio. Ella guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e vive.”

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