La Terra che vogliamo, uno sviluppo dal volto umano

La Terra che vogliamo, uno sviluppo dal volto umano
di Luigi Rossi

moderno-miniserreIeri si è svolto a Vietri, presso l’oratorio salesiano, il convegno “La Terra che vogliamo”, organizzato dall’ufficio per i problemi sociali e del lavoro delle diocesi della Metropolia di Salerno. Dopo i saluti istituzionali ed una coinvolgente testimonianza di don Maurizio Patriciello sulla insostenibile condizione di vita nei comuni della terra dei fuochi, il coordinatore delle rete interdiocesana dei nuovi stili di vita ha esposto le sue considerazioni circa l’altra profezia affidata a chi sa annunciare la lieta notizia infondendo speranza ed animando ogni persona per renderla capace di costruire un mondo migliore e operare il bene nel quotidiano, senza rassegnazione e conformismi.

I partecipanti al convegno – esperti, responsabili di enti, giovani – si sono confrontati per mettere in comune strumenti ed esperienze ed offrire prospettive concrete in un settore fino ad oggi trascurato come quello della terra. Esso, invece, richiede una disponibilità alla coltivazione in maniera sostenibile e partecipata per consentire un autentico sviluppo dal volto umano.

È possibile impegnarsi secondo prospettive economiche in grado di mettere a reddito la terra e, contemporaneamente, perseguire finalità sociali per coinvolgere anche chi attualmente si sente disagiato e marginalizzato. In tal modo si pone in essere un virtuoso processo di economia civile, occasione anche di riscatto sociale. Infatti, negli ultimi tempi è cresciuta l’attenzione nei confronti dell’ambiente, delle tecniche eco-compatibili, del benessere e della salute umana; di conseguenza, si è diffusa l’attesa per la qualità delle produzioni e il consumatore presta crescente attenzione per prodotti in grado di esprimere anche valori.

L’Agricoltura va intesa, perciò, sempre più come un sistema integrato con la cultura, le tradizioni, lo sviluppo rurale, le attività agro-turistiche, il mondo della trasformazione e della commercializzazione. L’azienda agricola non è più un’entità economica autonoma, ma deve ritenersi sempre più integrata col mercato e con i suoi meccanismi.

L’aspetto sociale di questo nuovo modo di coltivare consente anche la prevenzione del disagio per gli occupati svantaggiati che vi si impiegano, un presidio antropico del territorio, altrimenti interessato da fenomeni di desertificazione e d’imboscamento selvatico con pericoli per l’assetto idrogeologico dei terreni. L’impresa sociale aiuta ad operare perché tutti abbiano uguali diritti; inoltre, ritiene che il lavoro non fornisca solo reddito, ma aiuti a formare l’identità, consolidi fiducia e rispetto di sé, abitui a fattive relazioni valorizzando l’apprendimento e garantendo indipendenza ed autonomia.

L’agricoltura così praticata mira a riunificare bisogni, identità, tutele ed istanze di libertà per tutti, conferisce ulteriore valore al lavoro, non solo come fonte di reddito individuale, ma anche come elemento fondante di una società più giusta e coesa perché più solidale; inoltre, promuove stili sani ed equilibrati, che innalzano la qualità della vita nelle aree rurali e nelle periferie urbane. Infine, l’agricoltura sociale valorizza il patrimonio e l’ambiente, l’insieme delle conoscenze e delle tradizioni, tutti beni immateriali che caratterizzato il settore.

In effetti, per abuso o per abbandono alla terra sono state inferte ripetute ferite. Oggi possono trasformarsi in feritoie che lasciano intravedere in prospettiva le modalità per operare in modo nuovo e porre riparo al male fatto. A queste condizioni si fa rete per innovare socialmente, superando il momento della mera denuncia, e passare all’impegno concreto nella convinzione, come asseriva Tonino Bello, che accendere un fiammifero vale infinitamente di più che maledire l’oscurità.

redazioneIconfronti

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