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La tragedia di Scicli crudo e perentorio messaggio della geo-politica

La tragedia di Scicli crudo e perentorio messaggio della geo-politica
di Andrea Manzi

Naufragio Scicli: a bordo barcone 150-200 persone“Vogliamo diventare come voi” e, per agganciare il nostro apparente benessere e riscaldarsi agli ultimi raggi di un consumismo malato, che ha trasformato, per palese iniquità, un benessere moderatamente diffuso nel poverificio iper-produttivo che è sotto i nostri sguardi desolati, vengono a morire davanti ai nostri arenili, recitando epiloghi di storie che superano il senso del tragico. Il mare ingoia quei corpi a pochi metri dalla battigia e, subito dopo, li lascia salire dai fondali sabbiosi e li restituisce con solerte pietà, deponendoli sotto gli occhi del pianeta.

I migranti morti nel solo Canale di Sicilia, dal 1994 ad, oggi, e finiti nella simbologia decadente dell’era globale, sono 6.200, un’ecatombe di donne, uomini e bambini finiti dopo averle tentate tutte per restare aggrappati alla miseria che per loro è, dopotutto, vita. Prima di arrendersi alle onde, hanno scalato come scimmie le gabbie per l’allevamento dei tonni, di cui è disseminato il Canale, hanno imprecato, prima dell’ultimo fatale tuffo, per i vetusti gommoni che si sgonfiavano finendo alla deriva, altre volte il cuore ha tradito quei ragazzi, alla penultima bracciata. Un ultimo sforzo, trenta secondi ancora, e si sarebbero salvati. Cinquanta giorni fa, in sei finirono sotto le onde, a pochi metri dalla riva catanese. Il destino divorò la loro storia che anche allora era apparsa a portata di vista (e di bracciata).

A Scicli, l’altro giorno, la scena è stata più dura, ammettiamolo. I tredici migranti annegati nel cristallino bicchiere d’acqua della spiaggia di Montalbano sono stati scaraventati in mare dagli scafisti perché considerati semplice “carico”, il peso che non consentiva di disincagliare il barcone che si era spiaggiato alle dieci del mattino. A cinghiate sono stati lanciati in bocca alla morte, mentre si stava avverando il sogno. Il carico ingombrante si butta via così, senza pensarci su, e quello era solo un “carico”, un inutile e fastidioso “carico”, con buona pace dei diritti universali, che dovrebbero riguardare anche i migranti.

Le rese dei conti sono inesorabili, è vero, travolgono ogni pietà, ma l’apice dell’abiezione sembrava dovesse essere per sempre il ventesimo secolo, breve ma denso di scienza e di crudeltà, il secolo del progresso tecnologico e dei campi di sterminio nazisti, dei gulag, delle carestie programmate, dei sogni di potenza che ridussero anche Dio (e gli innocenti che gli si rivolsero) al silenzio. Furono anni di grandi contese ideologiche e strategiche, corse verso primati costati milioni di morti.

Il quadro attuale non è meno grave, ci si accanisce non più per prospettive espansionistiche ma per sfide difensive tendenti ad accaparrarsi il benessere residuo, gli uomini si azzannano per le scorie, le eccedenze di un sistema che non produce ed espelle. Il mondo dorato preso d’assalto dai migranti avanza anch’esso frettolosamente verso la povertà. Su dimensioni planetarie si distendono i problemi della contemporaneità ed anche le sovranità inter-statuali appaiono anguste, inattuali. Quant’è piccola l’Unione Europea dinanzi ai barconi, che vengono a parlarci di un altro mondo da noi ignorato o rimosso, un mondo disperato e indomito che difende la propria vita con una perentoria richiesta di inviolabilità, alla quale opponiamo la prevalente sovranità delle frontiere nazionali. Si fronteggiano il nord e il sud del mondo, uomini che non hanno conosciuto il progresso e uomini che vivono vicende post-industriali con l’incubo della povertà. È una lotta per la vita che si svolge su un terreno ostile a tutti, un campo di battaglia, qual è diventato il nostro mondo in fiamme, che divora uomini inermi e, fortunatamente, talvolta, anche tiranni crudeli. I terreni della contemporaneità sono aree di snodo, ogni giorno più inedite e originale, dove individui diversi e lontani cercano una patria e, prima ancora, un rifugio, un colloquio, un ascolto. Sono terreni dove si muore, ma dove è anche possibile salvarsi. E su questa frontiera ci siamo tutti, nessuno escluso.

Quando poi una tragedia umana come quella di Scicli si presenta in momenti gravi della vita nazionale interpella ancor più da vicino la coscienza di ciascuno di noi, ma a quel punto diventa arduo concentrarsi sul nostro presente politico, rianimato da risse da cortile e contese da comari. Diventa sempre più evidente, infatti, che la politica non vale né può nulla se non evolve in geo-politica, ma il nostro presente non offre rassicurazioni in proposito, se è vero che finanche il cuore dei democratici superstiti tentenna dinanzi alle concrete sfide del futuro.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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