La vera libertà

La vera libertà
di Michele Santangelo

V domenicaNon c’è dubbio che una delle parole oggi maggiormente andate in disuso è la parola obbedienza. Per contro, le parole che in qualche maniera sono concettualmente contrarie ad essa le troviamo sulla bocca di tutti. Ciascuno rivendica libertà e indipendenza e si fa gran fatica a sottomettersi a qualcun altro ed ogni forma di limitazione del proprio libero arbitrio viene fortemente avversata. Il nostro è il momento storico in cui l’individualismo inteso come distinzione del proprio modo di essere da quello di tutti gli altri, autonomia personale, personalità come il complesso delle caratteristiche salienti nel modo di rapportarsi con gli altri, rispetto delle proprie idee rivendicato a tutti i livelli, ecc., sono tutti elementi verso i quali ognuno si aspetta considerazione quasi riverenziale da parte degli altri. Lo fanno i figli nei confronti dei genitori, gli alunni nei confronti dei propri docenti, i dipendenti nei confronti del proprio datore di lavoro; l’autorità sia morale e intellettuale, sia quella pratica e perfino quella delle leggi, viene messa in discussione anche in modo acritico e pregiudiziale. È probabile che gli unici contesti nei quali è dato ancora parlare di obbedienza sono quelli religiosi, dove lo spirito di obbedienza è considerato ancora una virtù. Anche se non proprio nello stesso senso, la liturgia di questa ultima domenica di quaresima parla proprio di obbedienza e nel senso più pregnante del termine. La Parola di Dio ricorda a tutti i cristiani che sono chiamati a sottomettersi al volere di Dio, praticamente ad obbedirgli. Gesù, infatti, dice nel vangelo di S. Giovanni: “Se obbedirete alla mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. In altri termini l’ascolto – il significato etimologico della parola obbedire è “dare ascolto” – conduce alla conoscenza della verità, la conoscenza che fonda la vera libertà. Nulla a che vedere quindi con l’obbedienza che viene percepita come un rinnegamento della libertà, come una costrizione. È quello che insegna anche il profeta Geremia nella prima lettura della liturgia di questa domenica. Dio ha inscritto la sua legge nel cuore degli uomini come carattere distintivo della nuova alleanza tra Lui e il suo popolo, situazione che genera un nuovo tipo di rapporto con Dio: un’obbedienza alla sua parola che parte dal di dentro, senza imposizione alcuna. Gli uomini, infatti, percepiscono intimamente che ciò che Dio chiede è giusto, buono e veramente porta in sé la capacità di donare la felicità, la libertà. I risultati di questa nuova obbedienza diventano tangibili, in quanto tutti avranno  la possibilità di conoscere Dio, dice il profeta Geremia , “dal più piccolo al più grande”; una conoscenza che fa nascere nel cuore dell’uomo una nuova consapevolezza, quella che non esiste contraddizione tra le profonde aspirazioni del cuore dell’uomo e i comandamenti di Dio, che non è nemico della nostra libertà e felicità, qualità che, anzi, nell’ascolto della sua Parola  si radicano e si sublimano in modo da conferire serenità interiore anche quando nel corso dell’esistenza sopraggiungono le inevitabili sofferenze del corpo e dello spirito. Ma come si diventa obbedienti alla parola di Dio? Non certo per magia, o solo per grazia di Dio. È richiesta la collaborazione dell’uomo. È vero che i comandamenti di Dio sono insiti nel suo cuore, ma è necessario abituarsi all’ascolto, imparare a riconoscerli anche quando non sono esplicitamente manifestati, senza lasciarsi fuorviare dalle tante suggestioni di segno contrario, dai piccoli e grandi egoismi, dalle chiusure alla misericordia e alla carità, di cui pure è capace il cuore umano. Dice S. Agostino: ”Colui dunque che ti ha fatto senza di te non ti rende giusto senza di te”. E S. Paolo insegna nella seconda lettura di questa domenica che perfino Gesù: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. In fondo ad ogni azione di Dio, che il Figlio ci ha rivelato, c’è sempre ed unicamente la salvezza dell’uomo. E quando, ricchi dei nostri sapienti ragionamenti, forti delle nostre sicurezze, per stare veramente in pace con noi stessi, ci venisse, come ai Greci del vangelo, voglia di vedere Gesù, sappiamo che non è difficile scorgerlo, non c’è bisogno di andare lontano o in luoghi remoti. Egli è lì, all’angolo di ogni strada, nel volto di ogni vivente. “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti (o tutto) a me”, come recita qualche antico codice che al posto del “tutti” pone il pronome indefinito “tutto”.

 

 

redazioneIconfronti

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