La vigna, nostra eredità di salvezza

La vigna, nostra eredità di salvezza
di Michele Santangelo

croce 2La vite, l’uva, il vino che se ne ricava e tutto il mondo che ruota intorno a questa pianta, sono alla base di un simbolismo presente fin dall’antichità in molte culture, sia nella civiltà orientale che in quella occidentale, simbolismo che non è mai passato di moda. Ma esso è soprattutto presente nella Bibbia, nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, dove spesso è lo stesso Gesù che si serve dell’immagine della vigna e della vite. Da tre domeniche, al centro della parola di Dio considerata nella celebrazione eucaristica si parla della vigna. È Gesù stesso a sottolineare la continuità tra la parabola dei vignaioli omicidi, raccontata dal vangelo di questa domenica XXVII del tempo ordinario e quella dei due figli di domenica scorsa. Egli, infatti, esordisce con le parole: “ascoltate un’altra parabola”. Ma già nel primo brano tratto da Isaia, per descrivere la speciale relazione tra Dio e il suo popolo, il profeta nel canto definito dagli esegeti “della vigna”, usa questo termine per indicare il popolo d’Israele, chiamato appunto piantagione amata da Dio. La composizione esprime tutta l’accorata delusione del vignaiolo che aveva profuso in quella sua vigna tutte le dovute cure con grande amore aspettandosi da essa uva buona e si trova, invece, alla fine solo uva selvatica: “Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa produsse uva selvatica». E ancora di più esprime tristezza la costatazione finale del brano! Dopo aver chiarito, il profeta, che la vigna rappresenta la casa d’Israele e gli abitanti di Giuda la vigna preferita del vignaiolo, questi è costretto a registrare che “si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. Dio non aveva lesinato impegno, premura, cure di ogni tipo per avere dei buoni risultati dal suo popolo, voleva, cioè, l’osservanza della sua volontà che non consiste nell’adempimento di norme esteriori di culto, ma in un comportamento retto, secondo giustizia ma nella carità. Il tutto sarebbe ritornato ad esclusivo vantaggio dell’uomo stesso, perché, nell’osservanza della legge di Dio, cioè dei suoi comandamenti, si realizza la salvezza dell’essere umano nella sua integrità, “E ‘n la sua volontade è nostra pace”, recita il sommo poeta al verso 85 del canto III del Paradiso, pace che proviene dalla coscienza di essere in linea con la volontà di Dio e in armonia con i fratelli. Nel brano del vangelo di Matteo, che sembra riecheggiare quello della prima lettura, l’attenzione si sposta dalla vigna ai vignaioli. Dopo aver inviato loro per ben due volte i suoi servi per ritirare il raccolto, il padrone manda perfino il suo figlio. La risposta dei vignaioli realizza la quintessenza della cattiveria e dell’ingratitudine. Anche a lui riservano lo stesso trattamento che avevano elargito in precedenza ai suoi servi: essi “lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero”. Dopo il racconto, a stretto fil di logica, segue la domanda da parte di Gesù che la parabola l’ha raccontata specialmente ai principi dei sacerdoti ed anziani del popolo, custodi della legge: “Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà ai vignaioli?” ed essi non possono che rispondere: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli…”. L’ira del padrone questa volta, a differenza di quanto si dice nella prima lettura, si scatena contro i vignaioli”. Con questo Gesù non invita alla vendetta. Certo i Giudei non hanno interpretato fedelmente il compito di trasmettere all’umanità il piano di salvezza di Dio, tanto che il Figlio di Dio che era venuto ad annunciarlo è stato da essi trucidato. Ma la parabola non sviluppa oltre il discorso sul castigo dei vignaioli malvagi, continua in un’altra direzione. Avviene, secondo la parabola, solo un passaggio del testimone. Altri saranno chiamati a coltivare la vigna del Signore e guidare gli uomini alla salvezza. I Giudei stessi saranno presi in carico proprio da Gesù morente sulla croce: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Dopo una sì grande dimostrazione di amore da parte di Dio Padre, il sacrificio del Figlio, non vi può essere posto per interventi distruttivi o lamenti. L’annuncio non segue la logica dei custodi della vecchia legge del taglione; altri, la Chiesa fondata da Cristo e su Cristo, avrà il compito di trasmettere da qui in poi il messaggio di una misericordia grande, quanto è grande l’amore di chi dona un figlio per la salvezza dell’altro. Cosciente di questa sua missione, essa prega all’inizio della liturgia eucaristica: “O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare”.

redazioneIconfronti