“La vita di prima é finita, idioti!”

“La vita di prima é finita, idioti!”

Late night dell’ateniese Blitztheatregroup

chiude emblematicamente il NTFI 2016

di Francesco Tozza
Il critico teatrale Francesco Tozza
Il critico teatrale Francesco Tozza

Già salendo l’irta scalinata che conduce al Piccolo Bellini, quasi la soffitta dell’illustre teatro napoletano, si sentiva come l’eco di una lontana musica, fascinosa, melanconica: giunti nella sala, più accaldata del solito, in un’atmosfera fumosa che non impediva tuttavia, allo sguardo dei numerosi spettatori, nel loro lento incedere verso i rispettivi posti, di posarsi sulle vecchie locandine del bel teatro che fu, ancora fittamente esposte sulle bianche pareti, si capiva la provenienza di quella musica, evidentemente già pronta per essere ballata, su un palcoscenico a sipario aperto, ingombro di polvere e calcinacci, dove tre coppie di attori, ormai alzatisi da quelle sedie spaiate (fra le poche suppellettili che dovevano rappresentare una desolata sala da ballo) non avevano aspettato l’inizio ufficiale, per volteggiare nella loro danza forsennata, fino alla fine dello spettacolo. Durante il quale, le immancabili pause che i danzatori si concedevano erano dovute al persistente desiderio di raccontare frammenti di un intenso vissuto, fra incontri e storie d’amore, illusioni e delusioni insieme, emozioni forti comunque provate, con rinunce ma ancora speranze, magari nel corso di viaggi attraverso un’Europa forse già attraversata da mille contraddizioni, ma ancora godibile nel fascino delle sue capitali, aperte al dono irrinunciabile della comunicazione e della bellezza della propria storia.

Un racconto – quello delle tre coppie danzanti – fatto davanti ad un microfono, che sembrava assurdamente sottolineare un’esigenza di esternazione, che non si voleva cancellata una volta per tutte, anche se sembrava come condannata a quegli sfibranti passi di danza, o – più di rado – a qualche tentativo elementare, magari goffo, quando non addirittura patetico, di intrattenere gli astanti con piccole prove di abilità o ingenui giochi di prestigio: stupida clownerie volta a decantare l’impalpabile angoscia di una minaccia incombente. Nulla di più ci era dato sapere di quelle persone che si ostinavano a danzare (al ritmo del magnifico valzer di Shostakovic, ma di tanta altra musica ancora); a danzare e ricordare, in quella tarda notte, anche se dal microfono giungeva, per ben due volte, il monito: “La vita di prima è finita, idioti!”. Nulla di più ci si diceva della loro identità; sembrava incerta la loro stessa esistenza: fantasmi di un passato che non passa, che solo nella danza di quei corpi sembrava trovare la propria ragion d’essere e la spinta a sopravvivere.

Non poteva concludersi meglio – o comunque più emblematicamente, dati i tempi! – questa nona edizione del NapoliTeatroFestivalItalia: sfibranti passi di danza, dunque, fra tristi confidenze, qualche reticenza e ingenui conati di intrattenimento, nel pieno ventre di un’epoca che forse richiederebbe, ormai, scelte di vita più coraggiose, e invece produce sempre più smarrimento, sterili anche se comprensibili rimpianti, facili quanto inutili esibizionismi, presentimenti di catastrofi ormai non solo annunciate. A proporre quest’angosciosa metafora del presente, il Blitztheatregroup di Atene: una compagnia ormai lontana da quella classicità cui la scena greca, un tempo almeno, ci aveva abituati, più vicina, se mai, a certe atmosfere bauschiane (come in Kontakthof o Café Muller, risalenti alla fine degli anni ‘70) o, almeno nello specifico, agli stilemi di certo attraversamento della storia a passo di danza, presenti nel celebre Le Bal (1980) del Théâtre du Campagnol, riproposto a cinema dal nostro Ettore Scola (1983) e ancora a teatro da Giancarlo Sepe, in quello splendido spettacolo che fu E ballando, ballando nel 1997, che si vide anche a Napoli, al Politeama. Lo spettacolo del gruppo ateniese, forse meno asciutto ma più struggente di questi più immediati precedenti, era già stato offerto circa tre anni fa in un piccolo centro vicino Perugia, per happy few evidentemente (al Cucinelli di Solomeo appena restaurato: miracoli di certa provincia italiana, cui si vorrebbe assistere anche dalle nostre parti!); è merito, comunque, della kermesse napoletana averlo presentato ad un pubblico più vasto, cui assai di rado si offrono spettacoli di provenienza internazionale, in una città che, per la sua storia e rilevanza culturale, di tali ospitalità dovrebbe invece, e assai più spesso, farsi carico. Sicuramente il criterio dell’apertura allo straniero… (per così dire), di cui sembra fare volentieri a meno, per dirne una, proprio lo Stabile Napoletano, ora Teatro Nazionale (quindi con maggiori responsabilità e, ovviamente, più pesante colpevolezza), pur essendo necessario per evitare le derive di un vecchio, e qui mai sopito, municipalismo, non è di per sé sufficiente garanzia di qualità nell’offerta, specie se ci si adagia sull’altisonanza di certi nomi, non sempre all’altezza della loro fama nelle più o meno recenti proposte (col rischio del dèjà vu o del più piatto conformismo): i casi di Lepage e Kentridge, per esempio, con le rivisitazioni piuttosto deludenti di loro precedenti spettacoli, si sono rivelati emblematici. Anche se qui ci si addentra nel terreno minato della relatività dei giudizi, alla quale si può solo contrapporre la richiesta di un’esplicitazione delle scelte, della loro metodologia o gamma degli obbiettivi perseguiti, con la loro messa in discussione in sereni dibattiti, più che in ufficiali conferenze-stampa, che comunque sono mancati, e invece arricchivano le prime edizioni del Festival. Sul maggiore livello delle quali, in particolare sull’arretramento, ormai, di certi obbiettivi (la ricerca di luoghi alternativi, rispetto ai tradizionali edifici teatrali della città, per esempio) ci si è ampiamente soffermati negli anni scorsi.

Ovviamente la critica a tutti i costi, radicalmente e assolutamente demolitrice, non ci convince, specie da parte di chi magari ha visto poco o niente…. di quanto il festival ha proposto: certo, seguire tutto, anche per gli addetti ai lavori, era impossibile e non era comunque obbiettivo perseguibile o auspicato: bastava, comunque, evitare alcuni degli spettacoli che di sicuro l’imminente stagione invernale proporrà sui palcoscenici cittadini; ma allora – si potrebbe obiettare – perché proporli già, in una specie di rodaggio ante litteram? La logica della vetrina a tutti i costi, o dell’abbondanza da supermercato, non paga; per molti versi non si addice ad un festival che si rispetti: che dovrebbe scandagliare sul meno noto, sul non sempre offerto anche in una grande ex capitale, piuttosto avara di novità o prelibatezze.

Buona, invece, l’idea di decentrare una parte degli spettacoli sul territorio, nelle varie province di tutta la regione: un’idea da coltivare e approfondire; ne guadagnerebbe un più articolato e sano turismo, una cultura teatrale sempre più bisognevole di una capillare diffusione. Ma tante e tante altre sarebbero le iniziative da prendere, sempre se si agisse per tempo, evitando assurdi e indecorosi litigi ai vertici dell’organizzazione, ma anche nuove nomine, a carattere esclusivamente politico (nel senso deleterio del termine), per assicurare fette più sicure e ingombranti di potere al duce di turno!

Fra politica e cultura c’é stato sempre un matrimonio pericoloso, e mai come in questo periodo è divenuto auspicabile il loro divorzio: viviamo, infatti, nell’epoca dei poteri ignoranti (Paolo Leon); abitiamo un mondo in cui i pochissimi che ancora pensano non comandano.

redazioneIconfronti

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