La vita passa, il padre è per sempre

La vita passa, il padre è per sempre

L’autore, primario cardiologo, ha pubblicato quattro romanzi: “Oltre le nuvole” (1997), “La scatola senza tempo” (2003), “Addio Tienanmen” (2006) e “Quel ponte sul fiordo di Furore” (2013)

di Enzo Capuano

anziani-ospedaleHo avuto, in questi anni, una repulsione a fermare su carta i ricordi.

Non mi andava di scrivere, non avrei mai potuto spiegarti il vuoto del tuo non esserci, o, forse, ero ancora stanco, troppo stanco delle continue decisioni da prendere, come figlio, ma soprattutto come medico, per indirizzare al meglio il tuo breve futuro. Continuamente a chiedermi se era più importante cercare di donarti altro tempo, più tempo possibile o serenità. Le idee si confondevano, non riuscivo a separare le tue attese dalle mie, continuamente a chiedermi, se avevo stabilito al meglio per te o se la scelta fosse stata condizionata dalle mie esigenze.

Oggi sono qui a scrivere di famiglia e non potrei farlo se non partendo da te.

E non potrei non iniziare dalla memoria di quel giorno in cui uscii di casa per venire a farti compagnia. Era una domenica mattina. Una domenica di novembre, il tempo era ancora bello. Il cielo azzurro, senza nuvole.

Era presto. Lungo la strada feci una breve sosta al bar dell’angolo, tra via Carmine e via Vernieri, per bere un caffè. Facevo ogni cosa lentamente; in effetti stavo già analizzando ogni attimo di quel giorno per imprimerlo indelebilmente nella mente; avevo, inconsciamente, progettato di scolpire tra i miei ricordi tutti i momenti di quella domenica mattina.

Mi fermai all’edicola a comprare il giornale che non avrei letto e proseguii. Salii le scale a due a due, con nel naso l’odore forte del linoleum.

Aprii la porta della camera e, quando mi scorgesti, mi sorridesti mentre continuavi a strofinare con il palmo della mano il braccio destro. Ti venni incontro e ti diedi un bacio sulla fronte.

Facevo tutto lentamente, conscio che sarebbe stata l’ultima mattina che avremmo trascorso tutti e due da soli. Continuai ancora ad osservarti, nella tua stanza d’ospedale, dove ti avevamo di nuovo ricoverato perché le cose stavano precipitando.

Ti chiesi se volevi alzarti, mi rispondesti subito: “Si” e sono certo che se ti avessi invitato ad uscire, ad andare a lungomare mi avresti risposto nuovamente: “Si”, con quella forza d’animo e con quella voglia di vivere che ti caratterizzava.

Le imposte socchiuse creavano nella stanza una zona di penombra. Ti muovesti lentamente, ma molto meglio di quello che mi sarei aspettato. La luce del lume rifletteva la tua ombra sulla parete bianca. “Vuoi che ti faccia la barba?” annuisti e ti facesti accompagnare nel bagno. Ti spalmai la schiuma sul volto e, piano piano, senza parlare, ti radevo. Osservavo il tuo volto, le tue rughe, le piccole macchie sulla pelle come isole di un tempo infinito. Ti sbarbavo adagio.

Poi versai il dopobarba nel palmo della mia mano e ti massaggiai il volto. Alzasti il viso verso di me e la luce illuminò i tuoi occhi. Li cerco spesso, ancora oggi, quando sono al buio, con i miei dubbi. L’odore del dopobarba attraversò velocemente le narici e riempì rapidamente gli spazi della mia mente, tra i miei pensieri. Il tuo dopobarba. E solo allora, nel bagno, con te sulla sedia ed io appoggiato al lavabo iniziammo a parlare. Io ti ponevo le domande e tu rispondevi senza chiedermi perché.

Quali sono i ricordi più belli dei viaggi fatti insieme? E tu mi ricordasti degli Stati Uniti. Senza mai confonderti, mi raccontasti di San Francisco, di quando rimanemmo per ore seduti avanti alla vetrata del balcone, con i piedi appoggiati sull’inferriata ad osservare la grande città. “Bellissimo” mi dicesti. Fumavamo. Lo facevamo spesso, quando eravamo in viaggio, senza mai aspirare sputacchiavamo fumo dappertutto dopo averlo rigirato lungamente in bocca. Non abbiamo mai fumato veramente noi due, ma quando partivamo insieme guai a dimenticare sigari o sigarette.

Mentre tu parlavi e la luce si rifletteva sui tuoi capelli bianchi, ti lasciai da solo per un poco e rimasi, sempre a San Francisco, a quell’angolo di strada ad ascoltare quei neri che suonavano jazz; il sassofono diffondeva le sue note: quel suono caldo che mi è sempre piaciuto. Incredibile, come è nitido quel ricordo; mi invitasti tu a fermarmi e rimanemmo lì a lungo. Solo tanto tempo dopo ho imparato ad apprezzare le cose che apprezzavi tu, ed oggi mi ritrovo ad essere molto più simile a te, alla tua età, che a me stesso da ragazzo. Lo sai che ora ho esattamente l’età che tu avevi allora? A San Francisco, quella sera, ci dimenticammo anche di cenare, camminammo senza meta fino alle prime luci del giorno.

Eri ormai ben sbarbato, ma rimanemmo in bagno e ti chiesi dell’altra passione condivisa in tutti gli anni vissuti insieme. “Quale partita ricordi con più piacere? Della Salernitana ovviamente!”. Rispondesti: “Quella con il Genoa”. Dapprima pensai che per quella domanda, come per le risposte che danno i bambini, aveva influito il fatto che era stata l’ultima partita da te vista allo stadio; poi ricordai che eri stato allo stadio con tutti i nipoti maschi e allora compresi che non era una risposta infantile, ma meditata. E comunque la Salernitana vinse disputando una splendida partita. Mi ritornarono in mente le immagini di quando, fin da piccolo, per mano, mi conducevi allo stadio. Le infinite partite viste in tua compagnia in televisione e poi le partite condivise con te e con i miei figli, tutti insieme. Mi ricordai quando, una volta, andando allo stadio, ci fermammo al bar e mi dicesti “Ci prendiamo un caffè?”; era la prima volta che mi invitavi a prendere il caffè; non ho mai più bevuto un caffè così buono. Mi sentii grande, tanto grande da poter discutere con te di tutto. E lo abbiamo sempre fatto, sei sempre stato il mio punto di riferimento, poi durante gli ultimi anni, pian piano, i ruoli si sono invertiti e mi inorgogliva il tuo chiedermi consigli…

Mi chiedesti di accompagnarti a letto, ma non ti addormentasti subito, anzi vedemmo un film di Totò e ridemmo insieme, mentre ricominciasti a strofinarti le braccia. Il film lo ricordavi, anticipavi addirittura le battute. Ti osservavo quieto e mi chiedevo… se tu avessi compreso e, in quel sorriso malinconico, intuii che avevi capito, ma conservavi il tuo essere sereno, che meraviglia!

Mi raccontasti di quando andavi a cinema con i tuoi amici e degli anni di quando eri giovane e di quando all’improvviso ti chiesero di partire per la Basilicata offrendoti un posto di lavoro. Erano storie già ascoltate e pure mi faceva piacere sentirle ancora, come se i racconti potessero dare forza al presente. Al presente che in quei giorni mi pareva non esistere spartito tra il passato, in cui subito precipitava inesorabile, e il futuro, percepito come altro, senza vita.

Adagio ti addormentasti. Spensi la luce e ti osservai a lungo. Respiravi piano; si leggeva sul tuo volto una grande stanchezza. Mi sembrava impossibile che potesse veramente accadere quello che la ragione mi rappresentava; mi pareva improbabile che la vita, ancora presente nei gesti, nei pensieri, in ogni piccola azione, potesse diventare, improvvisamente, nulla. Ed era inutile pensare: “rimarrai nei nostri cuori, rimarranno i ricordi, rimarranno le cose da te fatte, i tuoi esempi”; era inutile pensare a frasi fatte per dare senso alla più grande ingiustizia a cui è sottoposto l’uomo, niente avrebbe potuto riempire il vuoto infinito. Ti osservavo e già mi mancavi.

Andai a sedermi sulla poltrona, vicino alla porta, e seguitai ad osservarti.

Provai ad entrare nei tuoi pensieri. Li percepii, come sottili vibrazioni. “L’ingiustizia non è andare lontano, ma avere il timore di non potervi più incontrare. Vivrò in un altro luogo, più bello? Impossibile che sia confortevole senza di voi, meglio il nulla; il nulla, dimensione che non si riesce a concepire fino in fondo. Ci sarà un’altra vita poi? No grazie, non mi interessa, senza di voi. Poi un’esile speranza, che riesce a scaldare il cuore: un giorno, forse, l’impensabile…

Mentre continuavi a dormire appoggiai la testa alla spalliera della poltrona e mi assopii. Nel dormiveglia, vidi, tra le macchie del soffitto, timide immagini che mi venivano incontro dal passato. Il volto di mamma giovane, i miei fratelli piccoli, con il grembiule della scuola, che andavano incontro alla vita, il tempo della Val d’Agri ed il fiume che scorreva lento. Le lunghe partite a pallone nella immensa piazza, e la grande quercia, sembianza di famiglia, di casa. Fotografie appena ovattate nella mia mente. La vita è un mucchio di scatti non dimenticati, uno dopo l’altro. E poi venne il tempo di Salerno: la “Piazzetta dei Mutilati”, gli amici della vita ed infine via Arce, 51 e la casa dei tanti Natali, tutti insieme. Luoghi e tempi tatuati sulla pelle.

Infine il mondo iniziò ad accelerare, a girare sempre più in fretta. Mi raggiunse il presente: mia moglie, i miei figli. Mi ritrovai stanco, avrei voluto fermarmi a meditare, ma non c’era tempo. Avvertivo il peso delle cose, delle persone care che avrei voluto proteggere per sempre: i figli, soprattutto i figli. In alcuni momenti avvertivo la famiglia come un limite, come un carico che mi tratteneva al suolo, mentre avrei voluto vibrarmi verso il cielo. Anelavo ad essere libero, sognavo di volare verso spazi sconfinati, senza regole, senza domani. Non era possibile. Mi fermai un attimo: la luce soffusa del camino, i lampi dei loro occhi, i capelli neri di mia moglie, presi tra le mie le sue mani. Pensai a quanto avevo realizzato e mi accorsi che nello spazio infinito c’ero già e proprio quel peso, come per incanto, più leggero dell’aria, mi aveva condotto in alto, in alto. E mi accorsi che tutto ciò non mi bastava, volevo andare oltre, ed ora era possibile: lì, in alto nel cielo, non ero solo, avevo con chi gioire, con chi ridere, con chi progettare il futuro e con loro era pensabile andare oltre, sempre più su. E mi accorsi che il nulla non esisteva e percepii che, forse un giorno, anche tu papà…

Mi ritornarono alla mente i versi di Pablo Neruda che, proprio quella sera, a San Francisco, avevo trascritto sul mio diario:

Ma quanto vive l’uomo? /Vive mille anni o uno solo? / Vive una settimana o più secoli? / Per quanto tempo muore l’uomo? / Che vuol dire per sempre?

La porta che si aprì mi riportò al presente. Ritornai in quella piccola stanza d’ospedale. Mi avvicinai a te, papà, e ti diedi un bacio sulla fronte. Tu apristi lentamente gli occhi, mi sorridesti, mi dicesti “ciao a domani”. “A domani” risposi e distolsi subito lo sguardo dal tuo volto, non volevo che vedessi i miei occhi lucidi; ti baciai ancora, aprii la porta ed uscii, mentre un’infermiera attraversava il corridoio.

Chiusi, infine, la porta alle mie spalle.

(I Confronti / Cronache del Salernitano)

 

 

 

 

 

 

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