L’acqua disseta e il bene zampilla

L’acqua disseta e il bene zampilla
di Michele Santangelo

deserto2Nel cammino quaresimale, iniziato poco meno di tre settimane fa, all’insegna della preghiera, della penitenza, della conversione, le ultime tre domeniche rappresentano una specie di percorso dedicato. Infatti, nella chiesa antica, queste erano le domeniche nelle quali venivano scrutinate le persone destinate a ricevere il battesimo nella veglia pasquale del sabato santo.

Il tema dominante nella liturgia di questa terza domenica di Quaresima è quello dell’acqua. Oggi, appare perfino scontato, specialmente alle nostre latitudini, pensare che essendo essa uno degli elementi alla base di ogni forma di vita sulla terra, la possibilità di fruirne sia un diritto inalienabile di ogni essere umano. Ma proviamo a spostarci per un momento nelle regioni desertiche del Sinai o nelle terre aride della Samaria, dove acqua non se ne vedeva a meno di scavare pozzi profondissimi, a costo di enormi fatiche e numerosi sacrifici, dati i mezzi di cui a quei tempi si disponeva. Umanamente parlando viene quasi di giustificare le proteste del popolo d’Israele che arrivò a mettere in dubbio la persistenza della presenza di Dio, visto che dopo essere stato liberato dalla schiavitù dell’Egitto, rischiava ora di morire di sete, con tutto il proprio bestiame. “Il Signore è in mezzo a noi?”, chiedevano gli Israeliti, com’è raccontato nel libro dell’Esodo. Domanda che non aspettava una risposta di tipo speculativo sull’esistenza di Dio, quanto una dimostrazione della sua presenza tangibile. E Dio interviene a salvezza del suo popolo: “Prendi in mano il bastone con cui hai percorso il Nilo e va’ – disse a Mosè. – Ecco io starò davanti a te sulla roccia dell’Oreb, tu batterai sulla roccia, ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Il dubbio di fede del popolo non intacca minimamente la promessa di fedeltà del Signore che si manifesta, se necessario, anche attraverso interventi prodigiosi.

Un filo rosso lega l’episodio dell’Esodo e quello raccontato dall’evangelista Giovanni sull’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo di Giacobbe. Lì, l’acqua fatta scaturire prodigiosamente dalla roccia salva il popolo dalla morte, qui, essa diventa un tema quasi obbligato di dialogo tra Gesù e la donna. Sono tutti e due lì per lo stesso motivo. L’uno, stanco si ferma al pozzo per riposarsi e, possibilmente, dissetarsi, ma non ha con che prelevare l’acqua, l’altra vi giunge con lo scopo di attingerne per i propri bisogni. Potrebbero vicendevolmente ignorarsi, visti i rapporti non facili tra giudei e samaritani, ma Gesù non si lascia condizionare da pregiudizi sociali, politici o religiosi e rompe il ghiaccio con una richiesta perentoria: “Dammi da bere”. La risposta un po’ piccata della donna, non lo ferma. A Lui interessa farsi strada nell’animo di lei, che, come se avesse intuito le Sue intenzioni, oppone varie resistenze. Ma Gesù: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Gesù non desiste, la sua è sete di dare salvezza e le chiusure della donna, appesantite dal suo disordine morale: i “cinque mariti e quello che hai adesso non è tuo marito” non sono di ostacolo al suo amore infinito. Pian piano, senza strafare, Gesù fa venire fuori il vero volto della donna e questa comincia a capire con chi ha a che fare: prima: “Vedo che tu sei un profeta… so che deve venire il Messia” e qui la rivelazione culminante: “Sono io che ti parlo”; la Grazia aveva operato il vero miracolo, il dono, a quella donna, della fede: “Venite a vedere… Che sia forse il Messia?” Gesù rimase in quella città due giorni e “Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”. Il Signore salva, ma è richiesto l’assenso dell’uomo alla sua parola e riconoscere in Lui il Salvatore. La comunità dei credenti non è legata a un luogo per incontrare il Padre, ma alla persona del Cristo e l’occasione dell’incontro può essere fortuita. Si può riconoscere il suo volto in qualunque momento, fissando lo sguardo negli occhi di una persona amata, nel consiglio disinteressato di un amico, nel gesto implorante del povero, nel sorriso di un bimbo; perfino quando il cuore fosse appesantito da problemi umanamente avvertiti superiori alle nostre possibilità, numerosi sono i pozzi di Giacobbe che la Grazia di Dio ha collocato sulla nostra strada, dove scaricarci del fardello pesante delle nostre manchevolezze, delle disonestà materiali e mentali e riacquistare la gioia di vivere e fare strada alla passione esplosiva del bene.

 

(www.iconfronti.it)

redazioneIconfronti

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