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Ladri in casa del giudice. «Potendo, avrei sparato…»

Ladri in casa del giudice. «Potendo, avrei sparato…»

di Michelangelo Russo

L'ex magistrato Russo

L’ex magistrato Russo

Quel fenomeno psichico definito come premonizione degli eventi, e che l’opinione comune relega nella categoria generale del paranormale (che è un modo elegante per dire che si tratta di una balla), da stanotte credo che invece esista veramente. Sono le 4.30 del mattino quando un indefinibile malessere notturno mi agita nel sonno e mi spinge al risveglio. Mi sento agitato e resto ad ascoltare i deboli fruscii della brezza notturna. Ma adesso la brezza sta diventando tempesta, perché sento sbattere l’antica persiana alla romana contro il vetro dell’infisso. E’ uno sbatacchiamento in crescendo, di fragore preoccupante, che mi fa alzare di corsa per evitare disastri. Ed è allora che con un boato esplode la vetrata del grande infisso su Corso Garibaldi, inondando di schegge la camera da letto. Do la colpa all’innocua persiana alla romana per l’accaduto, quando il raccapriccio di mia moglie mi indica l’ombra umana inquietante che sta cercando di entrare. Ho la prontezza, dopo una frazione di smarrimento, di urlare a squarciagola “La pistola, passami la pistola”. La richiesta è immediata e decisa, tanto da far ritenere assolutamente credibile l’esistenza di un’arma da fuoco in pugno. E infatti l’arma esiste davvero e l’afferro al volo. Solo che è un revolver da collezione, del tempo di Nino Bixio! Chi però sta fuori non lo sa, e sbanda per la minaccia. L’ombra è come un incubo che non svanisce. Si agita, e cresce di statura (capiremo col giorno che è salito sui vasi dei gerani). “Quanti saranno?” mi chiedo sgomento per l’imminente reazione, ma spavaldo nel brandire un’arma inutile che mai come ora vorrei efficace.

Passano i secondi mentre ci fronteggiamo con la minaccia ignota dietro lo scheletro dell’infisso divelto. Poi, finalmente, l’ombra svanisce sulla sinistra del balcone.

L'infisso divelto

L’infisso divelto

I frammenti rimasti in alto nell’infisso, come lame di ghigliottine, mi impediscono di seguire la fuga con lo sguardo. Chiamo i Carabinieri, stando accorto a non contaminare la scena del crimine. Questa è la cronaca di uno spavento ordinario, per tanti comuni cittadini. Solo che è capitata a un giudice, seppur pensionato ancora fresco. Ed è naturale per il giudice, che è anche parte offesa del delitto, sfruttare l’occasione per un’indagine introspettiva assolutamente infallibile sulle dinamiche reattive di chi si vede assalito in casa di notte. Il verdetto è facile: se avessi avuto una pistola vera al posto del ferrovecchio, avrei sparato senza pensarci due volte. Bisogna starci dentro, all’aggressione notturna, per capire che non c’è tempo per i dubbi giuridici sulla proporzione fra minaccia e reazione. Quando la violenza dell’invasione ti fa pensare solo a tua moglie e ai tuoi figli (e non alle cose, perché a quelle, credetemi, non si pensa affatto) tu fai fuoco sul nemico, come obbedendo a una legge di natura. Per questo ho benedetto il ferrovecchio che ho brandito. Mi ha impedito di diventare, anche se a ragione, un assassino. Probabilmente avrei ricevuto come atto dovuto un iniziale avviso di garanzia per eccesso colposo in legittima difesa. Anche se certo della successiva archiviazione, sarei rimasto molto amareggiato, e avrei detto al P.M. : “Trovatici tu, caro collega, in un fatto simile! Che fai? “, Il quesito è terribilmente attuale, nel forte contrasto tra Salvini e A.N.M.

Possibile che fra le armi da guerra in casa o no, non vi sia una soluzione diversa? C’è stata una legislazione d’emergenza, negli anni del terrorismo. Pena minima altissima, esclusione di attenuanti, libertà provvisoria e arresti domiciliari. Corsie processuali preferenziali vere per tutti i delitti di violenza. Il governo può, se vuole, battere la delinquenza come la vituperata Prima Repubblica fece, e bene, con il terrorismo.

 

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