L’agonia del teatro

L’agonia del teatro
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

La riforma del teatro firmata da Franceschini ha provocato nei giorni scorsi a Napoli un’assemblea infuocata dove operatori, teatri e compagnie hanno rappresentato con ferma determinazione “tutto il proprio scontento” per i numerosi tagli che essa prevede. Nel ruolo di Capopopolo, il sindaco De Magistris che così ha potuto non solo cavalcare abilmente la protesta ma soprattutto marcare ancora una volta tutta la sua distanza verso le azioni di Renzi e del suo governo. Proprio il sindaco di Napoli, infatti, aveva qualche giorno prima indicato il proprio municipio come il comune più “derenzizzato” d’Italia. In realtà, se pensiamo che il fondo ministeriale per il settore dello spettacolo da anni a questa parte subisce continue emorragie, c’è poco da stare allegri. La coperta diventa sempre più corta e a farne le spese sono sempre gli stessi. L’intero settore è praticamente in ginocchio. Teatri costretti a portare sempre più spesso i libri in Tribunale, scenotecniche e costumerie storiche costrette a chiudere, attori e maestranze sull’orlo di una crisi economica senza precedenti. In Italia, ormai lavorano solo i più garantiti che sono nell’ordine: gli attori che hanno una visibilità televisiva (non sempre all’altezza), poi quelli che hanno la fortuna di lavorare presso gli Stabili o in quelle quattro o cinque compagnie primarie private che ancora riescono a fare l’intera stagione; tutti gli altri fanno letteralmente la fame con uno o due mesi di “scrittura” quando c’è. Tutta colpa della legge? No, certamente ci sono varie ragioni che hanno determinato questo disastro. Innanzitutto, la crisi economica che è stata pesante anche in questo ambito. Poi, un sistema mai razionalmente governato per un esplicito disinteresse politico. Senza trascurare il fatto che per anni diversi teatri pubblici sono stati gestiti in modo poco responsabile senza alcun riguardo verso i propri bilanci, permettendo a direttori narcisi di soddisfare più ai propri sogni proibiti che perseguire un necessario quanto fondamentale interesse pubblico. In una parola, negli anni si sono prodotti tanti e tali debiti che quando i nodi sono venuti al pettine il sistema è scoppiato. A tutto ciò, aggiungi un imbarbarimento preoccupante di ampi settori della società italiana, e il gioco è fatto. Ora, però, per tornare alla questione da cui siamo partiti, è giusto dire subito che tante di quelle rimostranze erano giuste ed opportune, qualcuna pretenziosa, qualche altra addirittura scandalosa. Infatti, come negare che negli anni anche a Napoli si sono costituite delle vere e proprie imbarazzanti rendite di posizioni di alcuni operatori che pur non producendo più nulla e limitandosi solo a fare una attività sulla carta, hanno maturato premi e sovvenzioni non dovute a scapito di chi, invece, ha fatto sempre il proprio dovere. Il Ministero, dal suo canto, ritiene di avere nei confronti della città la coscienza a posto. Infatti, il raggiungimento dello Status di Teatro Nazionale per il Mercadante e la presenza da anni in città del Napoli Teatro Festival sono di fatto cose che poche altre realtà in Italia possono vantare. Con i tempi che corrono, effettivamente, non si può pretendere di più. Sta di fatto che il Teatro Nazionale assorbirà quasi totalmente le risorse a disposizione e sarebbe auspicabile che la politica facesse l’unica cosa che resta veramente da fare e cioè assicurare una reale alternanza di direzioni evitando di mettere quest’immenso potere nelle mani di un solo uomo e per molti anni. La preoccupazione, purtroppo, è reale. Il passato è lì a dimostrarcelo.

redazioneIconfronti

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