“L’alba di una nuova preistoria”: etica ed estetica di uno sguardo

di Francesco Tozza

eliseoTornano i “tempi bui” di cui parlava Bertolt Brecht, frettolosamente liquidato, non a caso, negli ultimi decenni, da un consumo teatrale e da una critica volgarmente e conformisticamente produttivistici, in realtà con l’evidente torto di non essere più all’altezza, non solo dei contenuti veicolati ma anche delle forme di rappresentazione espresse da quel teatro. Il buio, ancora una volta, è soprattutto nelle coscienze, nella mancanza pressoché assoluta di lucida consapevolezza, senza la quale la retorica delle emozioni serve solo ad accompagnare i più inquietanti misfatti, traducendosi in cinismo, cialtroneria, nella migliore delle ipotesi in apatica indifferenza. Sin troppo facile fare esempi: il barcone di migranti, uno dei tanti e non certo l’ultimo, inabissatosi giorni fa nel mare di Lampedusa (sempre più sporco di sangue ormai, nel più inquietante degli inquinamenti!), rappresenta un punto limite, a proposito del quale il postumano non avrà che da registrare l’ennesimo genocidio.

Tutto questo buio, questa tenebra profonda, non può tuttavia non produrre una sua letteratura: i mostri, quelli che troppo spesso ci teniamo dentro, consapevolmente o meno, non possono esistere solamente nei nostri incubi. Il teatro in particolare, soprattutto (in questo caso almeno) il teatro di parola (che comunque non va confuso con quel teatro della chiacchiera che giustamente – pur con qualche fraintendimento – Pasolini stigmatizzava), può venirci incontro: farsi coscienza – magari coscienza infelice – del proprio tempo, strumento di un’imprescindibile memoria, di una vigorosa dialettica con un passato che non passa, se le Erinni o Furie della Storia non si trasformano in Eumenidi, benevole annunciatrici di un ordine nuovo, di una più salda e coesa umanità.

La tragedia dei nostri giorni sembra, però, essere diversa: all’orizzonte pare delinearsi, piuttosto,  l’alba di una nuova preistoria, dove le Erinni tardano o addirittura rifiutano di trasformarsi in Eumenidi, allontanando l’avvento di una legge di giustizia, di una rinnovata solidarietà fra gli uomini, di un nuovo mondo insomma. E tuttavia, a ben riflettere, è stato sempre così: la rivelazione, e quindi l’inizio stesso, di una legge nuova e benigna, finalmente sostituita agli orrori precedenti, l’istaurazione di un Nuovo Testamento dopo il Vecchio, hanno finito con il realizzarsi, in una consolante ciclicità, nell’eterno ritorno dell’identico. Il teatro, sin dai suoi esordi in Grecia, con la grande trilogia di Eschilo, ci ha offerto questa storia cupa, ma anche edificante, un racconto morale a suo modo. Non diversamente, in un certo senso, uno scrittore franco-americano di origine ebbrea, Jonathan Littell (sue le frasi in corsivo appena citate), ha rivolto uno sguardo etico sui nuovi tempi bui che la furia nazista ha determinato nel secolo scorso, vedendo ancor più problematico – ma non negandolo – l’avvento delle “benevole”: lo ha fatto col suo romanzo d’esordio di alcuni anni fa (Les Bienveillantes, appunto), complesso e inquietante, in cui la rappresentazione del male tocca vertici quasi deliranti, ma ha comunque la sua catarsi nel fatto di essere rappresentato, quindi indagato, conosciuto (solo in questo senso compreso), raccontato insomma: uno sguardo, cioè, divenuto etico perché in partenza estetico.

A rendere più plausibile la cosa, aldilà di ogni facile moralismo, c’è stato l’adattamento per le scene dell’assai discusso romanzo, da parte di Antonio Latella e Federico Bellini: ne è venuto fuori uno spettacolo intrigante, fascinoso e perverso (se così si può dire), in perfetto clima austro-tedesco (bravissimi gli attori della Schauspielhause di Vienna) nonostante le origini italiane del noto regista (ormai, però, di casa più all’estero che da noi, e non è il solo!): effetti stranianti nella recitazione, con quel frequente uscire fuori di sé da parte degli interpreti, certo non solo per cambiarsi apertamente d’abito; due pianoforti sul palco, uno verticale per gli interventi musicali del protagonista, l’altro – una tastiera essenzialmente – utilizzato anche come divano per consumare gli amori incestuosi dello stesso con la sorella gemella; il canto, quasi da controtenore, di un personaggio di fantasia (interpretato dall’ottimo Maurizio Rippa), volto a rendere più conturbante e misterioso lo snodarsi della vicenda. Che è poi la storia di un ufficiale delle SS, evidentemente nevrotico (ma quanti non lo furono in quell’inferno militare?), di cui vengono offerti dettagli di memorie, frammenti di ricordi (quasi scandagliati da un simbolico faro su carrello, che sovente attraversa le tavole del palcoscenico, ma non può fare a meno di abbagliare, come per una chiamata di correità, gli occhi degli spettatori). I dialoghi – specie quelli fra il novello Oreste (il protagonista, l’ufficiale Maximilian Aue) e l’immancabile Pilade (l’amico Thomas) – sono quanto mai serrati, di una durezza per nulla spenta (per una volta!) dal ricorso ai sopratitoli, peraltro amplificata – certo per artificio scenico ed evidente metaforizzazione – dall’uso intermittente del microfono da parte degli attori. In un palco, ovviamente senza quinte (per un teatro che non ha più nulla da nascondere e tutto, anzi, vuole esplicitare, secondo la migliore tradizione del razionalismo brechtiano), resta infine sullo sfondo, ma con una sua imperativa presenza, per tutta la durata della rappresentazione, l’immagine proiettata del Tiergarten di Berlino, luogo del ricordo più cocente del protagonista: un torbido rapporto omosessuale, probabilmente consumato in quel parco e non serenamente vissuto, vero sfondo, a questo punto metaforico e non, di una vicenda personale, comunque all’origine del ricatto che porta il protagonista nelle file dell’armata nazista. Ancora una volta, quindi, il privato e il pubblico, gli istinti individuali e i comportamenti collettivi si intrecciano, la sessualità negata diventa relazione aggressiva con l’altro, violenza insaziabile e inappagata perché rimossa nelle sue cause o lontane origini.

Eros e tanatos, in prospettive diverse ma sempre e ancora inquietanti, tornano dunque a rincorrersi; come nel terribile, tragico Salò dell’ultimo Pasolini, ma anche nella più classica, meno esplicita ma altrettanto inquietante vicenda degli Atridi, esemplificata dal sommo Eschilo. Non resta che sperare, ancora una volta, nelle Eumenidi, perché loro, le benevole, tornino a mediare fra l’istinto e la ragione: una mediazione che la letteratura, drammatica e non, ha almeno prospettato, smascherando davvero – questo non lo si può negare – la “banalità del male”.

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