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L’albero di stanze

L’albero di stanze

L’albero di stanze

Di Giuseppe Lupo

(Marsilio, pp. 267)

di Giuseppe Amnoroso

; LupoALBERO_piattoCanvasAlle tende dei balconi e tra i muri della vecchia casa “è rimasto intrappolato il tempo che spinge, spinge, urta contro le pareti e le porte, batte alle finestra per lo sforzo di uscire a tutti i costi fuori, nel grande pianoforte di tegole”. Da anti non torna volentieri in questa antica dimora lucana l’io narrante di L’albero di stanze (Marsilio,pp.267) di Giuseppe Lupo. Una malinconia trafitta d’amore, investe la musicale pergamene dei ricordi e ne increspa di sorvegliata dolcezza, la limpidità di immagini. Visi e ambienti si mischiano in un sussulto per liberarsi subito e distendersi nel nastro favoloso del racconto (quasi in una rinascita che non perde la sua eco) che li avvolge intorno a ritualità di fatti quotidiani, li scuote, li moltiplica tra uno sterminato susseguirsi di quadri di impressionante effetto iconico e una vertigine bianca, che non fa male.

Anche le fasi più esplicite delle generazioni della famiglia, cuore del romanzo, epicentro di una schiera di innumerevoli presenze, attraversano cento e più anni di una realtà nutrita degli umori del quotidiano ma pronta, ad ogni svolta, a far parte di un sortilegio, di un incantamento che gioca i suoi effetti sul fermo-immagine o su percorsi deragliati. Lo straniamento infuoca il dettaglio minimo, esalta un”ascoltatore di silenzi”, fa vibrare pareti “intrappolate di schioppettate e rivoluzioni” e “deviare le rotte della vocazione alchemica verso i territori di un paradiso algebrico”. Pietre dal colore cangiante sembrano “fotografie sopravvissute a una catastrofe”; gli angeli, ”troppo impegnati (…) fanno di testa loro”; strani individui sono seguiti da una donna anziana“ nei ragionamenti di stelle felici, strani velivoli appuntiti come fiammiferi”. Lupo non attua severamente un’ottica critica, pare talora assorbire il male come una fatalità, segue prospettive visionarie, scene tumultuose, intrise di dolore, di profezie, di conversazioni  “estenuanti”  che si cementano sugli oggetti e sul dolore delle cose e degli uomini.

Il romanzo incentrato su una “casa verticale” e su i suoi abitanti, così come in Bacchelli si fiancheggiano gli uomini e un fiume, rappresenta vicende osservate sempre da vicino, radenti e colloquianti con l’io in un impasto lucente di parole e azioni in cui un rialzo metafisico cade perpendicolare su un quadrato di terra che vede angeli divertirsi a inseguire un personaggio prima di portarselo con loro. Compromesso dalle memorie con la pagina, l’autore cataloga eventi,colori e furori e canti e destini attraverso una scrittura eccentrica e feroce, “sorprendente e improvvisa (come giustamente scrive Cesare De Michelis firmando la seconda di copertina), disposta a fermarsi con furia su un particolare e a sorvolare  lunghi tratti di cammino costellato di paure, fatiche e sogni “per innalzare la scala fino al cielo”. Un deragliamento felice è proteso ad esaltare contrasti, alzando il tono fino a risvolti epici, abbassando la mira fino a registri notarili o a cronache di compagna. Si sale e si scende, dal sussurro all’inno, da un disegno schematizzante a prospettive leggendarie. Un ricco giacimento di episodi si offre a trasfigurazioni continue, a un  “teatro luccicante”, a un’aria di “miracolo”.  Certi titoli memorabili di capitoli chiamano all’appello gli emblemi e la “grande babilonia” del racconto, fanno emergere rituali sommersi, allineano insieme simboli e connotati della fisicità, il passato e il presente e le congetture su un paesaggio al limite dell’allucinazione.

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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