L’alternanza scuola-lavoro

L’alternanza scuola-lavoro
di Giuseppe Foscari*

Una delle critiche storiche rivolte al mondo della scuola italiana è sempre stata il distacco notevole che essa ha fatto registrare tra la teoria appresa nei banchi degli istituti superiori e il mondo del lavoro. Un grado di separazione che non trovava giustificazione alcuna, come se si trattasse di due mondi (scuola e lavoro) in costante contrapposizione, come se la teoria e la pratica non dovessero mai armonizzarsi. In altri paesi da molti decenni questo gap è stato colmato prevedendo che i giovani studenti si rechino a fare stage formativi nelle fabbriche, nelle aziende, nelle industrie, per sperimentare la bontà dei loro studi e per comprendere le dinamiche, i tempi e le modalità del lavoro. Un tirocinio formativo che spesso prelude ad una vera e propria assunzione a tempo determinato o anche, per i più brillanti, a tempo indeterminato. Il ciclo dell’esperienza scolastica trova così una sua ragion d’essere e lo studente formato sa di poter contare su questa opportunità. Anche in Italia si è intrapreso questo percorso ma, come al solito, alla bontà del progetto nella sua idea originaria ha fatto seguito qualche grossolana quanto improvvida decisione. L’idea di saldare il tempo scolastico con quello di un’azienda è apparsa ai più positiva, ma si sarebbe dovuto tener conto dei caratteri del sistema economico nazionale. L’Italia, infatti, è uno straordinario crogiuolo di piccole e medie imprese, a carattere familiare e non, basate su pochi dipendenti e su un rapporto tra datore di lavoro e manodopera sovente imperniato sulla reciprocità nella divisione dei compiti, sul superamento delle grette distinzioni gerarchiche e su una mutua collaborazione. Sta anche lì il segreto della secolare durata di questo mondo che è radicato su tutto il territorio nazionale. È notizia recente, però, che il Miur, il Ministero dell’Istruzione, abbia sottoscritto un programma con sedici organizzazioni per avviare il progetto scuola-lavoro. Tra le sedici c’è anche la McDonald’s, società transnazionale campione dell’hamburger e del pasto veloce, molto molto criticata negli Usa e fuori dagli States per la qualità dei suoi cibi e per discutibili scelte sui menu da propinare agli avventori. Dunque, sulla base del programma, molti giovani italiani, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, andranno a sperimentare il lavoro nella catena di fast-food più famosa al mondo. Una scelta davvero inspiegabile e scellerata. Quella multinazionale rappresenta il tempio della globalizzazione e del capitalismo d’assalto, e sappiamo quanto poco tuteli la salute dei giovani, per quanti sforzi possa fare per tentare di accreditarsi con differenti ma ancora lacunose strategie di mercato. Sono fortemente persuaso che i nostri studenti imparerebbero di più se fossero a contatto con le piccole e medie aziende italiane e trovo palesemente diseducativo relegare in un cantuccio il nostrano pullulare di idee e aziende gastronomiche che fanno del nostro paese il cuore della buona alimentazione e della buona cucina mondiale. Bene avrebbe fatto il Ministero a sottoscrivere accordi con quegli operatori che a migliaia, giorno per giorno, vivono sulla loro pelle il disagio e la bellezza di essere l’asse portante del sistema gastronomico nazionale. Un serio programma sarebbe stato inviare i nostri giovani nelle aziende agricole del centro Italia, martoriate dal recente terremoto, proprio per incoraggiarle e sostenerle. O anche nel nostro Sud, che boccheggia per gli effetti di una crisi mai davvero finita. La scelta del Miur disconosce profondamente il principio della bontà della nostra cucina e della sua tutela, che dovrebbe essere invece un obiettivo politico primario. Questa decisione non ce l’impone l’Europa, ma il nostro mediocre ceto politico, che dimostra di essere ostaggio dei poteri forti. Per l’ennesima volta…

*professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

redazioneIconfronti

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