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L’amore è l’origine del perdono

L’amore è l’origine del perdono
di Michele Santangelo

semePerdonare è segno di amore donato, ma soprattutto è coscienza di amore ricevuto. Questo viene in mente nel leggere il brano di vangelo che la liturgia di questa XI domenica del tempo ordinario propone alla nostra considerazione. La scena, oltre che da Gesù, è occupata da una donna, una delle tante donne che fanno la loro comparsa nel racconto dei vangeli e soprattutto in quello di Luca. Ma questa è particolare, è l’unica che accorre da Gesù non perché colpita da una grave malattia, per cui va alla ricerca di colui che ormai era conosciuto come quello che guariva gli infermi, li faceva rivivere di nuova vita: gli storpi tornano a camminare; i ciechi riacquistano la vista, i muti la parola, i lebbrosi si vedono ricostruita la propria pelle come d’incanto, qualcuno addirittura, essendo morto, ritorna a vivere, come il figlio della vedova di Naim di domenica scorsa. Questa, invece, no, è sana, non è sofferente, è in buona salute, ed anche piuttosto sicura di sé, almeno apparentemente. Tanto che lei, abbastanza conosciuta nella zona, e non proprio per essere una donna importante, appartenente alla società bene, diremmo oggi, ma anzi individuata come una pubblica peccatrice, osa entrare nella casa di una persona per bene, che, forse per aumentare la sua pubblica visibilità, aveva invitato a pranzo uno del quale correva fama che fosse un profeta, anche se personalmente qualche riserva mentale a questo proposito doveva averla, visto quello che pensa dopo, constatando l’atteggiamento della donna nei confronti di Gesù. Questa entra senza essere stata invitata; d’altra parte, le porte erano aperte perché tutti potessero vedere che in quella casa le cose si facevano secondo le regole previste per uno del rango del padrone di casa, un fariseo ligio e obbediente a tutte le prescrizioni ufficiali. Solo che, impudenza chiama impudenza, la donna scompagina completamente le ritualità previste: si prostra ai piedi del Maestro e scoppiando a piangere, li bagna con le sue lacrime, li copre di baci e li asciuga con i suoi capelli. La meraviglia del fariseo non è tanto per ciò che fa la donna; era una, secondo lui, che non aveva remore a fare ciò che le suggeriva il suo istinto; piuttosto era per l’atteggiamento di Gesù di fronte a tanto ardire: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”. Ma non fa in tempo ad arrivare in fondo al suo stupore, sia pure solo pensato, che Gesù lo chiama per nome: “Simone, ho da dirti una cosa”, e, come al solito per impartire il suo insegnamento, continua con una brevissima parabola alla fine della quale sollecita la partecipazione attiva del suo interlocutore, chiedendo chi, tra due che hanno avuto condonato un debito di entità diversa, amerà di più il creditore. Com’era prevedibile, Simone risponde che ad amare di più sarebbe stato quello che aveva avuto condonato il debito maggiore. La regola vigeva anche per la donna. A Gesù importava far passare il messaggio che il metro di giudizio di Dio è l’amore, e Simone stava imparando anche lui la lezione. L’amore è l’origine del perdono, anche quello che accorda Dio per il male compiuto; ha inviato il suo Figlio alla ricerca di altri figli che rimangono tali anche quando sbagliano. È una condizione questa che sperimentano tutti i personaggi che entrano in campo nella liturgia domenicale: Il re Davide viene reso grande da Dio quando, messo di fronte alle proprie responsabilità dal profeta Natan, riconosce le proprie colpe: “Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai”. Lo stesso avviene per Paolo che si rende conto che la legge per se stessa uccide, solo l’amore del Padre, nel Figlio donato per amore, salva. Ma avviene per tutti noi nel momento che ci rendiamo conto che amati e perdonati da Dio, redenti e salvati, abbiamo sperimentato nella nostra vita la tenerezza del Padre, diventando a nostra volta capaci di misericordia e di perdono.

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