L’amore vince tutte le cose

L’amore vince tutte le cose
di Luigi Rossi

Heilsbronn_Münster_-_St.Peter_und_Paul-Altar_02Pietro in pochi giorni appare radicalmente trasformato: da spergiuro diventa convinto testimone. Quale esperienza ha determinato in lui questo radicale mutamento?

Tutto inizia per un corpo assente ed una tomba vuota. Ad asserirlo sono per prime delle donne, cioè testimoni poco credibili stando alla mentalità ed alla prassi giuridica del tempo. Ma proprio questo particolare rafforza la genuinità dell’evento. Un millantatore non avrebbero fatto raccontare una storia così poco credibile a chi non aveva capacità giuridica. Pietro e Giovanni accolgono l’annuncio ed il secondo trova la fede proprio per quello che vede, prima non aveva capito e, perciò, non poteva auto-illudersi.

Dei protagonisti della vicenda che hanno sperimentato il dramma del venerdì precedente nessuno si attende qualcosa di eclatante. Le donne aspettano l’alba per completare il rito di sepoltura e, colte di sorpresa, giungono alla fede con fatica, come gli apostoli. Ebbero paura e, non comprendendo, si diedero alla fuga. Poco dopo, non più distratte dai rumori intorno, si fermarono. Volsero lo sguardo dietro le loro spalle e fissarono l’entrata del sepolcro. Notarono che era aperta e dentro splendeva una luce. Fu un’esperienza sconvolgente, ma ancora non evaporò in loro la delusione. Soltanto Maria di Magdala riuscì a chiarire cosa era successo. Risvegliatasi da un sonno agitato, nell’aprire gli occhi ella sentì urgente il bisogno di andare al sepolcro. Fu lei a scoprire la luce mattutina del giorno ottavo dopo le tenebre degli ultimi tre. Il suo annunzio divenne subito fonte di stupore e meraviglia. Aveva fatto un incontro che l’aveva scossa dal torpore nel quale era precipitata al pensiero che la sua vita, dopo lo spettacolo della crocifissione, sarebbe stata per sempre buia ed arida senza l’amorevole presenza di Lui.

La mattina del primo giorno della settimana dopo la grande festa, il gruppo dei seguaci di Gesù rimaneva ancora rintanato quando la Maddalena attraversò di nuovo la zona del Calvario, coprendosi il viso mentre si approssimava al luogo della crocifissione. Aveva deciso di recarsi al vicino giardino dove era ubicata la tomba che Giuseppe d’Arimatea aveva fatto scavare per sé. Si era incamminata con passo svelto, mentre sentiva il peso della tensione. Dubbi e paure l’assillavano. La sua anima vagava nel buio; la tristezza la teneva prigioniera di una incolmabile solitudine, tuttavia un desiderio irrefrenabile la spingeva verso il sepolcro. Tra le pieghe del suo dolore cercava consolazione ed era sicura di trovarla pur non sapendo come, benché si sentisse persa ed abbandonata.

Nella penombra di un giorno che ancora doveva essere irradiato dai raggi del sole si approssimò all’imbocco dove si trovava la tomba e rimase attonita nel vedere la pietra ribaltata. I pensieri più atroci le attraversarono la mente. Per la dominante oscurità, a causa di un albeggiare ancora incerto, la donna non distingueva nulla, soltanto l’intenso profumo della mirra la induceva a rivolgere gli occhi verso un punto dov’era la lastra chiaramente senza il corpo.

Un grido straziante le si bloccò in gola, la donna non riusciva a vedere il cadavere che avrebbe voluto lavare ed ungere; non era più disteso dove lo avevano sistemato in tutta fretta per la festa incombente il venerdì precedente. Un brivido s’impossessò di lei; decise di avvertire i discepoli. Costoro aprirono di controvoglia l’uscio della casa dove si trovavano tutti ancora assonnati. Appresa la notizia, Pietro e Giovanni corsero a perdifiato verso il giardino, dove costatarono l’assenza del corpo del Maestro. Ritornarono confusi, anche se, rispetto al viso imbronciato di Pietro i cui occhi erano colmi di tristezza, Giovanni non riusciva a controllare uno strano presentimento che gli stampava sul labbro un abbozzo di sorriso. Nel suo animo la sensazione di una grande luce conferiva una certa serenità che riusciva a comunicare a chi incrociava il suo sguardo.

Maria aveva deciso di rimanere all’ingresso della tomba, intenzionata a ricercare qualche traccia del corpo in preda ad un crescendo di tensioni determinato non solo dallo spavento, ma anche dalla sensazione di aver perduto perfino il corpo del suo Maestro. Tra le lacrime, raccontò inseguito, percepì la gioia più bella: sentirsi chiamare per nome perché amata. Nell’intimità delle prime luci dell’alba una voce aveva pronunciato il suo nome interpellandola, una voce che induceva a protendersi verso Gesù, apparso nella sua gloria e che chiamava non con un timbro astratto, tuonando dall’alto, ma sussurrando alle spalle, costringendo la donna a girarsi e, in tal modo, provare che l’incontro era reale, concreto, nella carne risorta di un corpo trasfigurato.

Certamente si può affermare che la Risurrezione non è stata un’allucinazione collettiva a giudicare dalla trasformazione dei discepoli di Gesù. È l’esperienza della trasfigurazione definitiva dell’esistenza umana della quale Cristo costituisce la primizia. Di ciò Giovanni diventa il modello: il suo amore per il Maestro aiuta a comprende finalmente le Scritture. La condizione è prestare attenzione, come Maria, all’essere chiamati per nome in una prospettiva che non si racchiude in una esperienza circoscritta, ma che si apre a tutta la comunità. Il Risorto invita la donna a non trattenerlo perché deve recarsi in tutto il mondo ad asciugare le lacrime dell’umanità dolente, ma matura per sperimentare la gioia pasquale oltre la morte, dove cieli e terra nuovi fanno crescere il seme di luce della redenzione perché il Risorto è sempre Risorgente, Risurrezione stessa, germe di vita, risveglio dell’umanità decaduta, opportunità di ascesa per l’abbraccio finale col Padre. Quando tutto appare finito e resta solo il vuoto, la luce della vera Pasqua illumina e rischiara l’animo. L’amore donato è libero e liberante, redime dall’oscurità della morte chi si lascia amare. È la testimonianza che un cuore risanato trasmette agli altri e che induce ad esclamare: ho visto il Signore!

redazioneIconfronti

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