Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

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Lanciamo le reti della speranza

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di Luigi Rossi
di Luigi Rossi

Rientro del Papa Emerito Benedetto XVI in VaticanoSul blog di un noto quotidiano è stata pubblicata la seguente preghiera: “Santissimi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, pregate per loro, che ne hanno bisogno. E pregate anche per i politici cattolici, di nome o di fatto, che oggi affollano il sagrato di san Pietro: fareste veramente un miracolo, se ce li toglieste di torno. Se poteste far crollare, oltre alla croce della val Camonica, anche la cupola di Michelangelo, provocando un’ecatombe di papi e cardinali, oltre che presidenti e politici, vi saremmo veramente grati. Ma temo che questa preghiera non la esaudirete: d’altronde, avete cose ben più elevate su cui intervenire, come guarire i fremiti o i mal di testa di qualche signora. Buon lavoro, dunque, e al vostro prossimo e spettacolare miracolo”.

Il noto pitagorico, del quale non faccio il nome per non contribuire ad una immeritata pubblicità da lui sollecitata – presumo – con reiterate provocazioni, questa volta dimostra l’animosità di odiosi risentimenti veramente glaciali. Egli si è avvalso del diritto di critica e della possibilità di manifestare pubblicamente la sua opinione con toni per nulla ironici. Nel fare ciò si è appellato alla libertà di espressione, conquista chiaramente cristiana se si riflette in una prospettiva storica, una evidente carenza di esegesi culturale da parte di chi è impegnato prevalentemente alla stantia ripetizione di equazioni dal finale già scontato. Non resta che invocare una sana laicità, capace di liberarci di questo ormai decrepito letto di procuste utilizzato da chi non riconosce l’altro e non vuole concedere nemmeno la possibilità di esprimersi a chi non la pensa come lui.

Con acidula prosa costui in un parossismo catastrofista auspica il crollo del cupolone. Ma il matematico non è nuovo a cadute di stile, alle quali di recente ha risposto con gentile pacatezza Benedetto XVI. Probabilmente il signor in questione non sa andare oltre la pratica delle tabelline, altrimenti, rileggendo quanto ha scritto per lui il papa emerito, dovrebbe convenire che gli è stata impartita una grande lezione di metodo e di galateo. A tutto ciò egli ha inspiegabilmente risposto in modo veramente volgare, augurandosi che anche Benedetto XVI, presente in quella piazza, rimanesse schiacciato nell’auspicata ecatombe di cristiani!

Inviterei il direttore di iconfronti (www.iconfronti.it) ad aprire un dibattito su questo episodio, raccogliere commenti, sollecitare pareri e proposte, utile esercizio almeno di tolleranza del quale pare ci sia sempre più bisogno.

Le cose apparentemente incredibili non debbono necessariamente accadere, ma certamente possono realizzarsi se non ci si ferma alla penultima parola e si è disposti ad ascoltare anche la successiva, andare oltre non per fregiarsi del premio assicurato dal lieto fine, ma per seguire l’incentivo a continuare manifestando fiducia e fedeltà. Sono sentimenti che richiamano la virtù della fede, vale a dire possedere lo stimolo per proseguire la salita del vivere abbandonandosi anche alle avventure dell’anima e dello spirito, senza cedere a contabilità etiche legate alla mera possibilità di far riferimento alla propria ragione. In tal modo si conserva lo stupore che rende veramente unico e irrepetibile ogni attimo della nostra esistenza e la salva dai feroci condizionamenti del semper idem espressi con operazioni meramente matematiche. Solo così è possibile gustare fino in fondo il piacere della libertà e della responsabilità, vere ed uniche protagoniste della storia umana.

Le nostre radici culturali sono sfociate nella dinamica della modernità che ha generato il dominio della tecnica e si è piegata alla logica dell’utilitarismo economico calcolato matematicamente assommando solo costi e benefici. Su queste basi sembra che non ci sia scampo ad una lenta autodistruzione per il persistere e l’aggravarsi di situazioni d’ingiustizia. Ma, se il mondo ha ancora una speranza di non morire e le buone azioni continuano a fiorire, probabilmente in noi è ancora vivo lo spirito di Abramo, fedele ad una promessa sancita con un patto scritto nella coscienza dell’uomo. È proprio questa coscienza che impone una riflessione dopo la celebrazione del Primo maggio, la festa dei lavoratori.

Tutti dicono che manca lavoro; allora perché festeggiare? Economisti, politici e sindacalisti, in genere chi é prono ai risultati di formule matematiche che dimenticano l’uomo ed i suoi autentici bisogni, hanno inventato contratti di formazione e lavori a progetto, forme di occupazione senza garanzie effettive per i giovani, fantasiose opportunità che con consentono la concretezza di una progettazione seria del futuro. Ne deriva una minaccia alle nostre prospettive di serenità. Che facciamo per porvi riparo? L’egoismo generazionale non libera risorse, mentre radica ingiustizie che minano la gioia di vivere.

Anche in questo settore i cristiani hanno una missione da compiere e la responsabilità di trasformarsi in cirenei della speranza, manifestare empatia per tanti drammi sociali, cioè condividere, aiutare, intraprendere e cooperare per creare nuovo lavoro nella consapevolezza che senza non c’è umanesimo. Infatti, essere occupati ci rende vera immagine di Dio creatore ed assicura dignità ad ogni giovane, ad ogni padre di famiglia. A queste condizioni si costruisce una civiltà rispettosa della persona e della sue esigenze.

Una economia ingiusta ruba la speranza e, alla fine, fa precipitare in una crisi senza uscita perché si limita ad idolatrare il danaro, che tendenzialmente esclude perché suscita soltanto il desiderio di accumularlo. Si commette così non solo la grave ingiustizia di sfruttare il fratello soggetto all’oppressione del più forte, ma si arriva anche alla sua esclusione dalla società perché condanna a stare fuori, espulsi perché ritenuti un peso, un avanzo senza valore.

Nel dramma degli uomini che, come Pietro dopo una notte di lavoro, hanno ancora le reti vuote, operiamo per la formazione, sostenendo il coraggio e propugnando la solidarietà reciproca. È esattamente ciò che ha fatto Gesù (Lc 5,1-11) quando vede i volti stanchi di fragili pescatori che ritornano delusi alla riva. Egli nota il loro sconforto, simile alla delusione angosciante di tanti che spendono il giorno a trovare inutilmente lavoro. Gesù non si è sostituito a loro, ma ha sollecitato una ricerca più attenta e qualificata per insegnare che una crisi come quella attuale non è causata dalla povertà dei mezzi a disposizione, ma dalla sterilità generata dalla progressiva carenza di fini.

Gesù invita a lanciare di nuovo le reti e non ad adagiarsi a contemplare la sconfitta. Egli propone di guardare avanti senza paura e stimolare ad impegnarsi con coraggio e lungimiranza nella consapevolezza che, se occorre tempo per riempire le reti, a noi è affidato il compito di creare un lavoro libero, solidale e partecipativo, capace di ridare dignità a chi lo svolge e concreta speranza alla collettività baciata della gioia che solo il bene comune più garantire.

 

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