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L’animale politico renziano

L’animale politico renziano
di Giuseppe Foscari*

Che Renzi sia un animale politico poliedrico è cosa risaputa. Ma le sfaccettature cominciano ad essere davvero tante e si potrebbe far fatica a capire la sua reale natura di leader politico (o ex leader, o futuro leader, a seconda dei punti di vista e delle aspettative). Intendiamoci, che un capo di partito e di governo conservi un atteggiamento prismatico sembra quasi nella natura delle cose. Lo esige, peraltro, la natura interclassista del suo partito e del paese.
Tuttavia, l’interrogativo resta: qual è il vero Matteo Renzi? Quello di domenica scorsa, appena dopo l’esito referendario, quello della Direzione Nazionale del suo partito o l’uomo dal saluto vergato su un foglio di carta?
Si tratta di momenti piuttosto esemplificativi di un suo modo di essere. Ho provato a ragionare su questi episodi, che, com’è ovvio, vanno inquadrati nel clima di tensione post-referendaria, nel quale una sconfitta così netta del Sì pochi l’avevano messa in conto. L’amarezza, il convincimento di non essere stato compreso, un intimo mea culpa rispetto a qualche eccesso nella (a mio giudizio, inevitabile) personalizzazione, un’altrettanto sovrabbondante sicumera, la convinzione (tutta personale) di aver fatto bene per il sistema-Italia, hanno rappresentato nel suo immaginario una sorta di credito politico che egli pensava di poter tradurre agevolmente in un robusto premio da parte degli elettori. Per di più, con il supporto di un adeguato bombardamento mediatico.
La realtà si è rivelata ben diversa.
Veniamo alle situazioni alle quali facevo cenno. Nel primo caso, faccio riferimento al discorso tenuto al paese mezz’ora dopo la mezzanotte: abbiamo assistito a un ragionamento sobrio, mesto e un po’ malinconico, senza gli artigli, umile, quella stessa umiltà della quale, secondo molti analisti, Renzi non avrebbe saputo fare buon uso durante la campagna elettorale. Come da cliché di toscanaccio sopra le righe, baldanzoso e guascone.
Sicché ha fatto capolino sulla scena politica un premier in una versione minimalista, che, non a caso, direi, si è dato un orgoglioso benservito, come gesto nobile del soldato ferito ma che chiede gli venga riservato l’onore delle armi. I più hanno letto in quel capo chino e in quel ghigno amaro gli effetti della scoppola politica, ma, per altro verso, hanno percepito una dirompente rabbia interiore. Altro che onore delle armi. Si capiva che l’animale ferito avrebbe progettato presto la vendetta politica e la definitiva liquidazione di chi lo ha tradito o non lo ha supportato a dovere.
Il secondo atto lo ha pienamente certificato. Durante la Direzione Nazionale del PD ha imposto la ferrea regola del “parlo solo io”, senza concedere un tempo alla riflessione, alla replica, magari ad inevitabili e ulteriori tensioni, in un partito in evidente fibrillazione. Quanto lontana appare la storia dell’avo PCI, nel quale (ma questo avveniva in quasi tutti i partiti), dopo ogni tornata elettorale vi era l’imprescindibile analisi del voto, che durava spesso tutta una nottata e proseguiva nei giorni successivi! Era una maiuscola prova di democrazia interna, e forse non era nemmeno quella per via del centralismo democratico, ma certo era una modalità per esorcizzare la sconfitta, sminuzzarla, renderla digeribile e per capire (quello sì che serviva davvero!) dove si fosse sbagliato e chi avesse sbagliato. Le successive conseguenze politiche sarebbero state devastanti.
Il monocratico comportamento di Renzi ci ha immediatamente riconsegnato la belva ferita e offesa, belligerante e vendicativa, che ha spento gli spazi di democrazia, ha dissotterrato l’ascia di guerra e l’ha brandita con l’energia che dobbiamo riconoscergli.
L’ultimo episodio, meno politico, quasi in stile berlusconiano, è stato il saluto agli uomini del suo governo, del suo partito, della sua nazione, della presidenza del Consiglio, usando un saluto semplice, non retorico, ma pieno zeppo di significato: ciao! Non addio, ma ciao. Quel ciao è stato un chiaro rimando a un tempo migliore, perché il prismatico, altero, animale politico ferito tornerà. Meditando sfaceli. I 19 milioni di no o almeno quelli che hanno votato espressamente contro di lui, sono avvisati. Che si preparino. La battaglia politica è appena iniziata, altro che resa, dimissioni, play station e svaghi familiari per l’ex premier.
A noi non resta che chiedere che non paghi il paese per il piglio vendicativo di chi si è sentito tradito. L’interesse dell’Italia prima di tutto.

*Professore di Storia Moderna presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

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