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L’apartheid degli ambulanti senegalesi e bengalesi

L’apartheid degli ambulanti senegalesi e bengalesi
di Gennaro Avallone

Se circa 250 famiglie, lavoratori e lavoratrici di un’area urbana si ritrovano all’improvviso senza lavoro o a rischio occupazionale, è molto probabile che si muovono prefettura, parlamentari locali, sindaci dei comuni interessati, giornalisti e giornaliste, associazioni di categoria, sindacati per capire cosa sta accadendo e quali alternative è possibile agire per invertire la tendenza.

A Salerno, per la situazione di forte difficoltà in cui si sono ritrovate le ambulanti e gli ambulanti senegalesi e bangladesi, ed alcuni italiani, questo tipo di mobilitazione non si è verificato. Anzi. Ad eccezione della mediazione offerta per un periodo dalla Cgil, delle iniziative e assemblee promosse da Salerno meticcia e di rare prese di posizione politica, alcune delle quali contrarie alle ragioni delle lavoratrici e dei lavoratori, altre voci non si sono sentite, almeno non si sono sentite nello spazio pubblico.

E la questione non riguarda solo gli ambulanti e le ambulanti senegalesi e bangladesi, perché sono in difficoltà anche tanti italiani attivi nei mercati rionali.

Nonostante questo relativo isolamento, i diretti interessati hanno fatto proposte, si sono fatti sentire, hanno anche accettato compromessi svantaggiosi. Ma nulla è accaduto.

Gennaro Avallone

Gennaro Avallone

I dettagli sono noti. Circa due anni fa, l’area del sottopiazza della Concordia, da circa dieci anni assegnata periodicamente dal Comune per lo svolgimento del commercio ambulante, è stata negata, per motivi di sicurezza oltre che di decoro urbano. Dopo questa decisione dell’Amministrazione comunale, gli ambulanti non hanno potuto fare altro che continuare a cercare di vendere nella zona del Lungomare e ciò ha prodotto tensioni, fino a giungere all’organizzazione di un vero e proprio dispositivo interforze di ordine pubblico che rende impossibile, specialmente nei giorni di maggiore affluenza, ogni attività commerciale.

Si è avviato, in questo modo, un circolo vizioso che ha fatto parlare del Lungomare come zona in mano a centinaia di abusivi, area pericolosa, territorio da riportare all’ordine. Chiunque conosca la zona di persona, e non attraverso le urla di parte della stampa e della politica locale, sa che queste parole e descrizioni non rispondono alla realtà.

Ciò che risponde alla realtà è, invece, il fatto che per le ambulanti e gli ambulanti è diventato difficile svolgere il proprio lavoro e guadagnarsi da vivere, per sé e le proprie famiglie a Salerno e in Senegal e Bangladesh, con un impoverimento della propria condizione socio-economica.

La loro perseveranza, tuttavia, non li ha fatti demordere. Hanno mantenuto la calma e, nonostante le mancate risposte istituzionali, hanno continuato, con dignità, a fare le loro proposte, tra cui rientra quella centrale della messa a disposizione, nuovamente, come accaduto per anni, dell’area del sottopiazza della Concordia, secondo le modalità previste in passato dalle delibere comunali, come la numero 714/2010, la 323/2015 e la 54/2016.

La soluzione c’è, dunque. La disponibilità ad articolarla in modo ulteriore, anche. Non si comprende perché la politica locale non voglia ascoltare questa parte del mondo del lavoro, giungendo finalmente ad una soluzione. Anzi, al contrario le ultime parole dell’assessore comunale al commercio Dario Loffredo sembrano di chiusura, con impegni imprecisati da verificare meglio, evidentemente.

La politica dovrebbe servire per risolvere i problemi, non per crearli o rinviarli nel tempo. E per questo una presa di parola di tutti i soggetti sociali, politici, culturali e sindacali interessati a risolvere questo problema lavorativo darebbe, sicuramente, un contributo importante per andare nella giusta direzione, quella di una città che, con le sue istituzioni, non lascia indietro nessuno.

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