L’arte della politica e del bene comune

L’arte della politica e del bene comune
di Antonio Memoli (changes.nsv@gmail.com)

raff_platone_aristoteleLa riflessione che occorre fare è ricordare che la politica è l’insieme delle azioni intraprese per organizzare la società. I soggetti coinvolti sono numerosi. Oltre ai partiti politici, esistono anche molti gruppi di pressione e le lobbies, oltre ai movimenti sociali che si configurano come portatori di rivendicazioni o di valori che in vario modo hanno una ripercussione sulle decisioni politiche, indipendentemente dai legami con i partiti. È la società civile che assume un ruolo in campo politico, che dal basso vuole far sentire la sua voce. Nel nostro discorso di esemplificazione dei beni comuni ne occorre una ridefinizione per poterne cogliere il legame con la politica. Spesso, in termini politici, si parla di bene comune considerando la società come un insieme di strati sociali di cui bisogna realizzare l’armonia, in cui ciascuno ha un ruolo ben definito. Questo tipo di lettura finisce per favorire coloro che detengono il potere. Il bene comune deve mettere in conto la propria affermazione nell’attuale sistema economico come elemento finale di scontri ideologici, di opposizioni propositive allo statu quo. In tutto questo è essenziale il ruolo dei partiti quali cinghie trasmissive delle istanze della società civile e come elementi di sintesi e di raffronto. I movimenti, tutti i movimenti, hanno il limite di poter agire nel proprio contesto, ma quando si tratta di legiferare e di realizzare istanze collettive, la mediazione dei partiti è necessaria. I movimenti sono diversi e ciascuno persegue obiettivi propri, legati ai bisogni di un preciso gruppo sociale (contadini, operai, donne, popoli indigeni, ecc.) oppure ad obbiettivi trasversali (difesa dell’ambiente). Occorre un’azione di sintesi. Un’azione che solo un insieme , un partito, è in grado di fare. Da qui nasce il bisogno di sottolineare la trappola dell’atteggiamento antipolitico (anti-Stato, anti-partito), sviluppato paradossalmente da alcuni partiti (che poi partiti non sono ma solo aggregazioni opportunistiche e sigle ad personam camuffate da partiti) e da alcuni movimenti. Ecco perché il populismo (fare proprie le istanze viscerali di ognuno senza considerare l’altro, senza integrarle in una visione globale), il personalismo politico (sono io il capo, tutto accorre a me e da me dipende senza nessuna interazione con altri ) non fanno altro che favorire chi già è al timone, anche se non visibilmente esposto. Percorrere questa strada per calcoli elettoralistici significa in molti casi sottostare alla logica del potere operante e infine rinnegare se stessi. Se invece si adotta una posizione in una logica orientata dall’utopia, assolutamente necessaria per gli obbiettivi sociali, si è in grado di modificare i parametri dell’organizzazione economico-sociale, combatterne la finanziarizzazione, non solo rimediare ai suoi abusi e ai suoi effetti negativi. Per cui oggi si vota, ma si deve votare col cuore dell’utopia e con la ragione dell’organizzazione della società; non si vota con la sirena del solo proprio interesse o con lo spettacolo del guru salvatore della patria.

redazioneIconfronti

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