Lasciamoci penetrare dalla Parola

Lasciamoci penetrare dalla Parola
di Michele Santangelo

XXIIINon so se qualcuno, anche tra gli esegeti o gli studiosi in genere dei vangeli, si sia mai preoccupato di individuare una sia pur vaga pianificazione da parte di Gesù nei suoi spostamenti da un posto all’altro della Palestina e fuori di questa, per portare avanti la sua predicazione. Certo  è  che se si volesse per questo fare riferimento all’informazione che ci da l’evangelista Marco col brano di questa XXIII domenica del tempo ordinario, non vi si troverebbe alcun aiuto. Infatti, il giro che fa Gesù per andare verso il mare della Galilea in pieno territorio della Decapoli, territorio peraltro dei pagani, è ben strano, andando prima a nord per poi andare verso sud-est. E per quei tempi non dovette essere proprio una passeggiata. Ma Marco, forse, vuole mettere in luce piuttosto la volontà di Gesù di far giungere a tutti il messaggio della salvezza, senza guardare neppure alla provenienza religiosa dei destinatari. Anzi, anche per operare i suoi prodigi, come quello della guarigione del sordomuto raccontato nella liturgia, si preoccupa di non buttare all’aria in modo indiscriminato usi e costumi di altri. Infatti all’uso delle dita e della saliva, elementi a cui ricorre anche Gesù, venivano attribuite in quel tempo proprietà curative. È chiaro che il Maestro usa la forza rievocativa di certi simboli per far giungere ai suoi ascoltatori, sia pure pagani, il messaggio che Lui è colui che dà a tutti la possibilità di ascoltare la parola di Dio e contemporaneamente proferirne le lodi. Infatti, pur di guarire una creatura umana che gli si rivolge con fede supplicandolo di aiutarla non teme di apparire nel ruolo di semplice guaritore, obbedendo alle urgenze innescate dalla sofferenza umana e dal dolore delle creature. Al massimo si accerta se l’interessato crede veramente di poter essere guarito da Lui. Anche di fronte all’eccezionalità dell’evento rievocato Marco ciò che colpisce di più in Gesù è il suo adeguarsi alle aspettative del povero sofferente, al modo di fare  di una cultura, peraltro non sua, per indirizzare l’attenzione verso la potenza della sua parola. Non è tanto la sua saliva e il suo tocco che operano il prodigio, ma la forza della sua parola; nel caso della guarigione del sordomuto, la salvezza giunge solo attraverso la potenza espressa dal suo imperativo: “Apriti”, “E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. È evidente il parallelo con le parole dei messaggi messianici proclamati dai profeti del Vecchio Testamento che ci è dato leggere nella prima lettura di questa domenica con le parole che il profeta Isaia pronuncia al popolo d’Israele per infondergli fiducia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi”. Molto opportunamente, i gesti fatti da Gesù in questa circostanza sono stati adottati dalla Chiesa nella liturgia battesimale e accompagnati dalla stessa parola pronunciata da Gesù: “Apriti”.  Per il cristiano, con il battesimo si apre una fase nuova della vita o, meglio ancora, una nuova vita.  Il sordomuto che finalmente parla è l’immagine  dell’uomo nuovo che nasce col battesimo  e che diventa capace di professare la propria fede e di lodare Dio. Il linguaggio ha una grande forza rievocativa che il cristiano deve aver presente. Lo affermava già Seneca: “Il linguaggio è specchio dell’anima: quale  è l’uomo tale è il linguaggio”. L’appello che ci giunge dal vangelo è quello di lasciarci penetrare dal Signore perché si aprano le nostre orecchie e le nostre labbra si schiudano per essere uditori ed annunciatori della Parola che è verità e non inganno e falsità o vaniloquio e volgarità, come ci è dato osservare ai nostri giorni. Questo proposito dovrebbe toccare tutti, anche, (o forse soprattutto) quelli che del parlare agli altri hanno fatto una scelta di vita, per esempio gli uomini  di chiesa, i politici, i divulgatori di notizie, quelli che si rivolgono agli altri attraverso i potenti mezzi di comunicazione, come radio, televisione, il web e quant’altro, tenendo presente ciò che dice L’apostolo S. Giacomo: “È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione”.

 

redazioneIconfronti

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