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L’attacco alle Torri Gemelle? Data di nascita del personal journalism

L’attacco alle Torri Gemelle? Data di nascita del personal journalism
di Andrea Manzi

Forse si tratta di un eccesso di fobia, ma se un filmetto ritenuto blasfemo infiamma e corrode il mondo, facendo vittime e minacciando guerre, è segno che la realtà si è davvero capovolta. La libertà informativa a rischio, che favorì dieci anni fa lo sviluppo dei blog, si è fatta dannosa per la franchigia degli integralismi che la cavalcano. Integralismi divenuti agili nella loro audace e indisturbata tendenza distruttiva.
In effetti, stermini ed eccidi hanno moltiplicato i “cronisti-bloggers”, sebbene le annuali celebrazioni dell’11 settembre hanno omesso anche quest’anno di ricordare che l’attacco terroristico alle torri del World Trade Center di New York determinò appunto la nascita del nuovo giornalismo. Più che di un certificato anagrafico si trattò, per la verità, del riscontro di una novità apparsa sulla scena dei media circa nove anni prima. Nel 1992-93, infatti, comparvero in rete i progenitori dei weblog (termine coniato nel ’97 da Jorn Barger), rudimentali ed enigmatici “luoghi” nei quali dare voce, con libertà, a fatti propri e di altri. Spesso erano semplici quaderni informatici, nei quali gli internauti collezionavano notizie e curiosità altrimenti disperse nella rete. Ed è proprio con lo spettacolare attentato di Manhattan che il blog ha dimostrato di non avere rivali. La tragicità dell’evento richiedeva un’informazione rapida ed estesa e l’85 per cento delle notizie che fecero il giro del mondo nelle tre/quattro ore successive all’attentato – scritti, audio o video – non ebbe alcuna provenienza professionale. L’agghiacciante crollo delle torri gemelle, immagine che apriva il terzo millennio, fu filmata dalla telecamera amatoriale di un pompiere, inaugurando un’informazione radicalmente nuova in cui il giornalista è diventato spesso un corollario. Si afferma da allora una sorta di personal journalism da parte dei cittadini, per offrire un’amplificazione immediata della realtà circostante e Riccardo Staglianò (Giornalismo 2.0) sostiene che “il racconto della vita al tempo di Al Qaeda” è avvenuto grazie agli americani che “hanno utilizzato i propri siti personali, o li hanno creati ex novo”, per dire al mondo “cosa stesse davvero succedendo”.
Dal 2000, in occasione di avvenimenti di portata storica, i blog proliferano e il fenomeno diventa tanto più ampio quanto maggiori sono le tensioni scatenate dal caso, come la seconda guerra del Golfo nel 2003. I bloggers si opposero, in quel caso, alla propaganda del presidente Bush che aveva spedito al fronte cronisti embedded, che raccontavano la guerra come fossero soldati. Con questi ultimi condividevano rischi, stenti e, di conseguenza, il linguaggio. Furono i blog e le nuove tecnologie, però, a sparigliare le carte della réclame presidenziale e ad affidare alla rete racconti anti-ideologici e verosimili. Ragazzi americani e giovani iracheni furono così cronisti in proprio di una guerra descritta con ricostruzioni sorprendentemente coincidenti.
Interpreti delle tragedie della contemporaneità, i weblog riuscirono a liberarsi dalla morsa delle censure e dall’oppressione dei filtri. L’aria pura rianimò cronache non professionali ma autentiche. E i blog da allora crebbero. Oggi sono decine di milioni. Secondo “Splinder”, il contagio democratico ha fatto sì che quelli attivi in Italia arrivino a mezzo milione, ma c’è chi parla di un numero (improbabile) che sfiorerebbe il doppio.
Il radicamento di un giornalismo così marcatamente partecipativo e insidioso per le democrazie sospese tra l’interesse dei pochi e le ragioni dei molti rilancia la mai sopita polemica che, qualche anno fa, contrappose i sostenitori dei nuovi mezzi e i severi critici della loro proliferazione. Accedere all’informazione e produrla è democrazia, sostennero gli “integrati”, vale a dire i favorevoli. I secondi, gli “apocalittici”, videro tra i naviganti in Internet un universo perduto e invocarono, da Eugenio Scalfari a Umberto Eco, il salvifico “filtro” per il recupero della selezione e dell’attendibilità della notizia, pilastri datati ma insostituibili. Libertà d’espressione, quindi, contro i rischi dell’eccesso d’informazione. Il caos, l’overdose di notizie per gli apocalittici era un rischio peggiore della stessa carenza di verità. E di questi tempi, se un filmetto scabroso genera violenze inaudite, a differenza di dieci anni fa, non è più tanto “naturale” e ovvio dar loro torto.

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Commenti (4)

  • Vincenzo Pascale

    Un film documentario molto bello che andrebbe fatto vedere nelle scuole di giornalismo :”The Front Page” . Descrive come nasce giornalmente la prima pagina del New York Times. Selezione, attendibilita’ e verifica rimangono le componenti essenziali prima di andare in stampa o in rete.

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  • andrea manzi

    Hai ragione, Enzo.
    Nascono proprio da queste perplessità gli interrogativi che mi pongo in questa riflessione scritta per I Confronti.

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  • Vincenzo Pascale

    Il video su Maometto postato su Youtube e’ di bassissima qualita’ ed ovviamente offensivo per l’Islam. La violenza che esso ha generato pone seri interrogativi sulla fragilita’ mentale di coloro che si sono sentiti offesi…al di la’ di ogni messaggio blasfemico.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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