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L’attentato, le foto della tragedia e l’essenzialità della notizia

L’attentato, le foto della tragedia e l’essenzialità della notizia
di Barbara Ruggiero

sparatoria_palazzo_chigiIl triste episodio di cronaca della sparatoria all’esterno di Palazzo Chigi lascia spazio a molte discussioni. Al di là di ogni dibattito sulla politica, sulla crisi e su tutto quanto è direttamente e strettamente collegabile all’episodio di cronaca, apre anche una discussione sulla morale e sulla sensibilità di chi fa informazione.
Nei primi attimi della tragedia, quando la notizia ha cominciato a diffondersi a macchia d’olio, abbiamo immagazzinato un’immagine più che una storia: la triste fotografia di uno dei carabinieri feriti. Un primo piano attraverso le transenne che rendeva l’idea della tragedia; ma anche un primo piano discutibile dal punto di vista della morale e della sensibilità umana. L’immagine di un militare ferito riverso a terra e con il sangue che gli sgorga dalla gola ha fatto rapidamente il giro di tutte le testate giornalistiche on line, nazionali e non. Intendiamoci: è una foto che “funziona” mediaticamente, che rende bene l’idea di quanto accaduto; ma allo stesso tempo è un’immagine che calpesta ogni tipo di diritto. Non è mai semplice decidere cosa fare su due piedi quando si è davanti a una scelta che potrebbe cambiare vita (e forse anche carriera): pubblicare o non pubblicare? È un dilemma tutt’altro che semplice, su cui si decide nel giro di poche frazioni di secondo e spesso, per colpa dei ritmi frenetici, in perfetta solitudine. Ma quella foto era davvero essenziale ai fini dell’informazione che si stava per trasmettere? Sono in gioco i diritti della persona ferita e dei suoi familiari, oltre che il diritto all’informazione. E non è solo questione di evitare che i parenti del carabiniere ferito sappiano dai mezzi di informazione quello che è accaduto; non è solo quello. In ballo c’è il rispetto stesso della vita e della morte, così come il diritto a essere lasciati in pace.
Il discrimine è la sensibilità di chi fa informazione, che prima è un uomo e poi un giornalista.
Forse, più di ogni legge e di ogni morale, sarebbe importante mettersi nei panni della persona ferita, o nei panni di uno dei familiari che assiste, attonito, alla diretta – che oggi viaggia on line oltre che in televisione – su quello che accade. La sensibilità e la morale dell’uomo potrebbe essere la vera soluzione agli scempi che spesso l’informazione produce.
Qualcuno, a proposito di quella immagine, ha parlato di “pornografia della paura”. Pochi si sono indignati davanti a quelle fotografie; ancora meno hanno chiesto scusa, quasi come se ci fosse assuefazione a proposito di certi argomenti.

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