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Lavoro e ambiente, quale via d’uscita?

Lavoro e ambiente, quale via d’uscita?
di Luigi Zampoli

Le Fonderia Pisano a Salerno, Ilva di Taranto, le trivelle petrolifere in Basilicata… si potrebbe continuare con decine di altri casi per descrivere la complicata coesistenza tra le ragioni dell’ambiente, della salute e del lavoro, in particolare nel Meridione.
Troppo spesso diritti primari della collettività, per incapacità croniche diffuse, continuano a essere inconciliabili se non addirittura confliggenti, favorendo il nascere di tensioni e malesseri, a volte anche violenti, che producono profonde lacerazioni nel tessuto sociale.
Il progresso armonico di una società costituisce l’impegno cruciale dei vari livelli di governo, un dovere solennemente sancito dalla Costituzione repubblicana, settant’anni fa.
Quel proposto è stato negli anni e in tanti territori della penisola drammaticamente disatteso, con ricadute tragiche sulla vita di migliaia di persone.
C’è sempre da scegliere: lavoro o salute, sviluppo industriale o ambiente. L’ultima condanna è quella dell’Unione Europea che ha accusato l’Italia di non sapere tutelare i propri cittadini dalle negative conseguenze dell’inquinamento atmosferico provocato dalle polveri degli stabilimenti dell’Ilva di Taranto.
Irreprensibile, quindi, il duro richiamo di Bruxelles, che non è altro che la certificazione di un’inadeguatezza conclamata delle nostre amministrazioni pubbliche.
Lavoro e profitto sono aspetti essenziali in un’economia di mercato; ma in un’economia “sociale” di mercato, quale dovrebbe essere quella delineata dalla nostra Carta fondamentale, i processi economici non dovrebbero essere scissi dalla tutela primaria delle condizioni di vita delle persone.
Individuo e lavoratore, in una società progredita, sono le parti integranti di un’idea di cittadinanza che non può tollerare subordinazioni di un aspetto nei confronti dell’altro. Se questo accade, è perché la politica, nei suoi livelli istituzionali, si è dimostrata ancora una volta non all’altezza della complessità dei problemi.
In particolare al Sud, l’iniziativa economica non presenta un adeguato grado di sviluppo tecnologico che consentirebbe una compatibilità tra diritti sociali e beni primari della persona, come la salute. Gli enti pubblici che dovrebbero controllare in modo puntuale ed efficace e fornire le condizioni di un progresso sostenibile e diffuso, arrivano sempre con grave ritardo su questioni che si trascinano da decenni e non vanno oltre soluzioni provvisorie per tamponare le urgenze.
Le contrapposizioni tra i lavoratori delle aziende incriminate e i cittadini tracciano nuove e subdole forme di lotta civile tra membri di una stessa comunità, tra chi combatte per la difesa dell’impiego e chi per il diritto alla salute.
Quando un diritto fondamentale, come il vivere e lavorare in un ambiente salubre è degradato e scomposto in una cruda scelta tra “pane” o “salute”, non può esserci nessun vincitore, mentre i veri responsabili con le loro omissioni continueranno a essere dei convitati di pietra.
È tempo di chiamare alle loro responsabilità i soggetti preposti, enti locali, regioni e governo nazionale per chiedere loro una svolta all’insegna dell’armonia, perché è questa la vera sfida dell’alta politica.
Ecco, l’armonia; il senso smarrito di un progresso che si realizza solo nella concordanza tra tutti i tasselli del mosaico civile. L’uomo, il lavoro, l’ambiente, la salute, avrebbero bisogno di direttori d’orchestra per potersi esprimere in modo da generare benefici diffusi, per tutti. Far nascere un ”suono” unico e limpido da una moltitudine d’interessi e risorse; f una sfida, forse, troppo grande per la nostra classe dirigente, eppure il futuro, il futuro “minimo” possibile, lo impone a noi tutti, governanti e governati.

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