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Lavoro e non slogan contro la criminalità

Lavoro e non slogan contro la criminalità
don Aniello Manganiello

don Aniello Manganiello

di don Aniello Manganiello *

Mai come in questo periodo, con arresti e pentimenti di rango, si cade nei luoghi comuni dell’antimafia, che non producono alcun risultato nell’impegno concreto per la legalità.

L’esercito della camorra non va bombardato con parole e slogan alla moda ma, al contrario, va redento e salvato. E per salvarlo bisogna vivere al fianco delle sue truppe degradate: un lavoro discreto e profondo che trasformi le vite dal di dentro, senza inutili effetti mediatici. Si tratta di un’opera difficile, che condensa gravissime insidie. Secondo una ricerca effettuata qualche anno fa dal docente di Criminologia Silvio Lugnano l’80 per cento dei giovani di Scampia sostiene che sia la camorra a fare di più per il quartiere, contro il 10 per cento che attribuisce il primato alle parrocchie, il 5 per cento alla scuola, l’altro 5 per cento allo Stato. Sono dati che confermano l’adesione piena alla criminalità dal punto di vista culturale prima che militare. Occorre, quindi, agire nell’area in cui la camorra fa reclutamento e proselitismo. E questo è un lavoro che non può partire dalla propaganda perché deve partire dall’amore, dal cuore. Il 60 per cento dei nostri ragazzi ritiene il camorrista un modello impostosi grazie ad atteggiamenti spavaldi, alle belle auto, ai vestiti griffati. In questo 60 per cento deve irradiarsi la nostra missione pastorale. Se e quando riusciremo nell’intento, ci renderemo conto di aver sradicato tali opinioni, raggiungendo forme durature di conversione. Dico “durature” a ragion veduta, perché raramente ho visto tornare sui propri passi il giovane che ha avvertito pentimento e vergogna per la scelta criminale operata a suo tempo. È una missione da realizzare nella discrezione totale, nell’operosità, lontano dalle ribalte e da ogni pulpito. I pulpiti, le accademie e le ribalte, anche quelle televisive, sommano il niente al nulla e scivolano via senza lasciare alcuna traccia.

Avrei voluto dire, qualche anno fa, queste cose a Roberto Saviano, scambiare con lui un po’ di idee sulla sua antimafia dei principi e sulla mia antimafia della carità. Si presentò anche l’occasione propizia, perché il 30 ottobre 2010 fummo premiati insieme a Roseto degli Abruzzi, al Premio Paolo Borsellino. Noi due con altre personalità impegnate nella lotta contro la criminalità. Saviano però fu l’unico premiato ad uscire dal palco dalle quinte. Non era tra noi, in prima fila, durante la manifestazione. Ritirò il premio, fece il suo saluto e scappò via protetto dalla scorta. La sua presenza è diventata talmente simbolica da non appartenere più al piano della realtà. Chiesi ad un organizzatore di poterlo incontrare, mi rispose con un sorriso beffardo come a dire: “Ma lo sa di chi stiamo parlando?”.

 

* fondatore dell’Associazione Ultimi per la legalità e contro le mafie

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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