Scrittura e vita / L’avvento di una redenzione possibile

Scrittura e vita / L’avvento di una redenzione possibile


Con l’inizio dell’Avvento apriamo uno spazio settimanale di riflessione sui profondi significati del messaggio evangelico della domenica attraverso le considerazioni del prof. Luigi Rossi (foto), parroco di Cannalonga (Salerno) e preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Salerno.

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di Luigi Rossi

Male e percezione del limite sono esperienze che assillano il quotidiano dell’umanità, che, pur tentando, non riesce ad allontanarli o rimuoverli, generano angoscia anche quando si tenta di porre riparo ai loro vuoti di senso. Non meraviglia, perciò, se fin dagli inizi l’uomo si è appellato ai sentimenti e alla memoria per cercare consolazione almeno apparente all’onnipotenza della morte.
Ma duemila anni fa, una domenica di buon mattino, con un avvenimento che i cristiani continuano a ricordare e celebrare – la Risurrezione – è stato consegnato il tempo della speranza, che genera una coraggiosa attesa, specialmente quando ci si specchia nella croce dell’innocente. Da allora, l’agire umano, da sempre anche politico, rimanda all’origine della vita, delle relazioni, del morire e del rinascere e auspica un rivoluzionario cambio di prospettiva. A queste condizioni la politica può riacquisire confidenza riflettendo su priorità ancora capaci di appassionare perché fuori dai limitati orizzonti di un mero mestiere e legati a un pervadente agire etico, che fa crescere la convivenza fraterna e restituisce la prospettiva di un futuro plurale. Un contributo fondamentale è offerto dalla sensibilità culturale, cantiere sempre aperto all’impegno e al coraggio di scegliere perché convinti che il bello è
stare con, individuare le condizioni per affrontare i problemi posti dall’incessante trasformazione sociale, alla quale l’etica politica risponde manifestando disponibilità ad analisi realistiche, senza rinunciare al caldo stimolo di una non utopica civiltà dell’amore. In tal modo politica e democrazia declinano la loro convergenza difendendo l’identità umana e consolidando la speranza, che non si nutre di sterili assistenzialismi, sovente responsabili del progressivo impoverimento della consapevolezza dei diritti di cittadinanza e della pari dignità di ogni persona.
Pace e giustizia sociale trovano la propria ragione in un’azione non violenta per la specifica competenza di chi opera superando falsi moralismi e pratica uno stile di vita che esalta il rapporto tra vocazione al servizio, coerente gratuità e impegno. Allora, liberi dalla paura, si persegue una qualità del vivere attenta alla crescita della ricchezza sociale, pronti alla condivisione, autentica gioia grazie ad azioni sobrie e trasparenti, che promuovono comportamenti fondati sull’etica dell’impegno personale e una coscienza per nulla condizionata da deleterie convenzioni. L’indispensabile legame tra politica e cultura genera una prassi secondo visioni più ampie, una globalizzazione come nuova pratica della fraternità grazie a rapporti compatibili con la natura, consapevoli che al mondo di oggi ritenuto ordinato non corrisponde un vero ordine perché regola dell’azione non è l’efficacia ad ogni costo, ma l’effettiva fecondità, capace d’illuminare il futuro.
Posta in secondo piano la quantità, si esalta la ricerca della qualità saldata con una visione centrata sul bisogno di pace, auspicio possibile mettendo al centro l’etica della prossimità descritta dal maestro di Nazareth. Sulle vie di Gerico, egli ha invitato l’umanità a condividere situazioni e opportunità, salvaguardare la dignità della persona, tutelata non dal buonismo del momento o da enunciati retorici, ma dalla profezia. Lo si può sperimentare nella dinamica dell’attesa durante le settimane di Avvento e di preparazione al Natale, coscienti di vivere giorni nei quali si realizzano le promesse in Cristo risorto che ritorna. La liturgia invita a rimettersi in viaggio e riflettere sulle esperienze della vita per continuare a sperare nonostante la realtà la copra col cono d’ombra delle sue bruttezze. Saper ricominciare è forse la risorsa più grande: lottare e tornare a sperare dopo gli insuccessi, ottimisti perché bella non è la vita che si conosce, ma quella ancora ignota che invita a concentrarsi non sul ricordo del passato, ma fiduciosi su un futuro radioso. Tali sentimenti sono efficaci se si opera nel mondo utilizzando un altro criterio per leggere i fatti di dolore e di orrore del passato: togliendo Dio dalla storia non se ne costruisce uno migliore e più libero.

L’Avvento, tempo liturgico di attesa per riflettere, consente di dare uno scossone alla tranquilla mediocrità della vita e iniziare il viaggio alla scoperta della vera libertà che avvicina a Dio. Perciò, leviamo il capo per leggere nella cronaca di tante perdizioni quotidiane la trama della nostra storia di salvezza conferendo alla fede, sempre più labile, un’impronta escatologica per recuperare leggerezza, sobrietà, vigilanza. L’occasione per un momento di meditazione interiore come alternativa alla bruta quotidianità aiuta a considerare chi sta per venire: il Signore-nostra-giustizia, capace di conferire serenità. In questa tensione continua e quasi impalpabile, generata dall’attesa, i nostri cuori possono mantenersi “saldi ed irreprensibili”. È richiesta, però, una precisa opzione morale: superare l’angoscia dell’essere in ansia e la tentazione dell’indifferenza, lacci che rallentano il passo, ostacolo nella via nuova di giustizia e verità. Il Bambino, germoglio e promessa di vita, quindi nostro futuro, conferisce vitalità alla speranza; ogni passato smarrimento o sviamento sono superati grazie all’irruzione efficace di Dio nel nostro quotidiano per uscire dalle pastoie della banalità in attesa di una persona, Cristo, e di un evento, la liberazione ormai vicina.

redazioneIconfronti

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