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Le ambizioni private di una Lady di ferro

Le ambizioni private di una Lady di ferro
di Nicoletta Tancredi

imageIo lo so che con tre figlie non posso proprio più pensare di fare la donna in carriera. Ma tra i miei pensieri, di tanto in tanto, ne affiora qualcuno da neo-suffragetta. Insomma qualche tailleur bello stretto in vita mi piacerebbe indossarlo, senza dovermi preoccupare di tenere dentro quella pancetta post gravidanza (che poi non si è capito questo “post” quanto duri).
Così come mi piacerebbe portare qualche bella collana, senza il rischio che una delle bambine, tornata a casa, me la riduca in mille pezzi.
E perché no, anche qualche bell’anello, uno di quelli che, se devi stringere un biberon, te lo devi togliere, ma, se devi indicare un grafico in ascesa su una lavagna luminosa, fai un gran figurone.
Ma non è solo questione di forma.
Vadano pure i jeans, il paltò, una giacca di tanto in tanto, lo stivale, che è pratico, ma anche elegante. Ma vuoi mettere la soddisfazione di fare la manager di una grande società, magari quotata in borsa? Ah quanto mi ci vedrei!
imageUna bella poltrona di pelle, dietro un grande tavolo ovale, di vetro, è vuota.
I miei collaboratori, anzi i miei sottoposti, preferibilmente maschi, sono già tutti seduti e tremanti, al mio ingresso. Ed eccomi: tacco alto, tanto l’autista mi ha accompagnato fin davanti all’ingresso. Capelli profumati e fluttuanti, altro che coda arrangiata all’ultimo secondo. Sorriso deciso, a metà tra il “vi faccio vedere io” e il “non vi preoccupate, ma qui comunque comando io”. Incedere felpato, su moquette damascata. Con un leggero movimento semicircolare del braccio, poggio la mia 24 ore sul tavolo, quindi mi accomodo in un morbido pluuuff della poltrona.
No, perché qualche aspirazione bisogna averla. Ed io, lo confesso, non giudicatemi oltremodo ambiziosa, la nutro. Proprio oggi un pensiero mi ritornava ciclico nella mente. Io lo so che le donne che occupano posizioni di alto profilo professionale hanno dovuto in parte rinunciare alla famiglia o comunque affidarsi ad estranei, baby sitter e aiuti vari, ma io comunque, proprio oggi pomeriggio, mentre Paola, Camilla e Sandra mi davano un gran daffare – e dovevo preparare loro da mangiare una merenda sana, perché di fame ne avevano, eccome – io… desideravo occupare una poltrona. Certo magari non di una società quotata in borsa, che so, una poltrona di design, ma comunque una poltrona bella comoda. Che poi uno a un certo punto bada più alle necessità che alle velleità. Magari non dietro un lungo tavolo ovale di vetro, che solo sedersi dà soddisfazione, ma comunque una poltrona, sedendosi sulla quale qualche piacevolezza la si può ottenere eccome. Che poi uno gli obiettivi, a seconda di come va la vita, pure deve imparare a ridimensionarli. Insomma sono una che si adatta. Posso anche rinunciare a quel lungo tavolo ovale di vetro, che pure sarebbe d’effetto, o ad una bella vetrata con vista sulla città operosa. Mi basterebbe una poltrona, magari non nera, ma bianca, magari non di pelle, ma di ceramica e non di un gabinetto governativo, ma di un gabinetto igienico. Quello di casa mia.
Ecco, io oggi aspiravo a questa poltrona.
Fortissimamente.
E, devo confessarlo, mi ci è voluta grande determinazione per riuscire ad occupare questo posto.

Piccole e (in)confutabili verità di Mummybook

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