Le battaglie di Marco. «Ai divorziati»

Le battaglie di Marco. «Ai divorziati»

Tutti ricordano in queste ore Marco Pannella, spesso con coccodrilli sguaiati e sottraendosi a malapena (e nemmeno in tutti i casi) al rischio della retorica celebrativa o evocativa. Noi invece vogliamo ricordare il grande leader politico come forse sarebbe piaciuto a lui, con un’analisi puntuale e con rigore storico, proponendo un acuto testo del saggista Marcello Ravveduto, tratto dal capitolo «Ai divorziati» della sua preziosa biografia “Libero Grassi. Storia di un’eresia borghese” (Feltrinelli, Milano, 2012, pp. 237-252)

di Marcello Ravveduto
Marcello Ravveduto, storico e saggista
Marcello Ravveduto, storico e saggista

Alla fine del 1962 Piccardi, Rossi e Villabruna abbandonano il Partito radicale proponendone lo scioglimento per prosieguire la militanza nella fila del Psi. Il Pr rimane di fatto nella mani di un “gruppo ristretto” di membri della vecchia corrente di sinistra capeggiati da Marco Pannella. Nel successivo biennio si invitano amici e compagni a sostenere i candidati della sinistra, dai repubblicani ai socialisti. Questa fase coincide con l’avvicinamento di Libero al Pri. Nel 1965, dopo un lungo silenzio, i radicali riappaiono con una dichiarazione pubblica di Pannella: partendo dalla “sofferta” unificazione socialista, si propone il superamento delle tare ideologiche (centrismo, frontismo, terzaforzismo atlantico, stalinismo) che impediscono alla sinistra italiana di ritrovarsi sotto un’unica bandiera. L’ex goliardico tenta di stabilire un dialogo con il Pci che non mostra interesse a confrontarsi con un soggetto politico dall’inconsistente organizzazione territoriale. I pochi dirigenti rimasti cercano di sopravvivere puntando sulla formazione di un movimento d’opinione. Richiamano l’attenzione sulle disfunzioni dell’amministrazione statale e, segnatamente, sul problema del divorzio, sostenendo la proposta di legge del deputato socialista Loris Fortuna. Un tema per il quale Libero mostra una grande sensibilità, non solo per la vicenda personale vissuta agli inizi degli anni cinquanta, ma soprattutto per ragioni ideali e civili. Infatti, nel terzo numero (maggio 1959) di «Cronaca di Sicilia» era apparso un articolo a favore del progetto di legge sul divorzio, presentato dai senatori socialisti Luigi Renato Sansone e Giuliana Nenni. La proposta era stata etichettata con l’appellativo di “piccolo divorzio”, in quanto limitava lo scioglimento del matrimonio a casi particolarmente drammatici: dieci o più anni di reclusione per uno dei coniugi; tentativo di omicidio; separazione legale o di fatto da oltre 15 anni; dichiarazione di malattia inguaribile; divorzio all’estero ottenuto in qualità di cittadino straniero. Quando nell’ottobre 1965 Loris Fortuna presenta un analogo disegno di legge, i radicali di Pannella colgono l’occasione per portare il tema da Montecitorio al Paese, dal dibattito teorico culturale alla concreta iniziativa politica. Il divorzio è il fulcro intorno al quale si compatta il gruppo dirigente del nuovo Partito radicale. La mobilitazione ravviva l’antica questione dei rapporti tra Stato e Chiesa: in opposizione a quanti ritengono impossibile l’affermazione di principi laici in un paese cattolico, contrappongono un’attività basata sul protagonismo diretto degli interessati, sperimentando formule innovative rispetto ai tradizionali modelli dei partiti. Lo schieramento divorzista, sin dall’esordio, prende una piega movimentista che spiazza la classe politica parlamentare: appello individuale di coinvolgimento; nessuna discriminazione politica o ideologica tra i partecipanti; rapporto costante tra manifestazioni di piazza e azione parlamentare; mobilitazioni singole o collettive. Risulta determinante, ai fini dell’acquisizione di un diffuso consenso popolare, la propaganda attivata dal settimanale «ABC» che, grazie alla risolutezza del suo direttore Enzo Sabàto, sposa senza indugio la causa. La maggioranza del ceto politico laico non condivide il metodo di lavoro dei radicali, che affidano ad un periodico «semipornografico» il ruolo di organo di stampa dei divorzisti. Libero non è tra quelli che si scandalizzano. Si abbona al settimanale per seguire l’alternarsi delle vicende e delle posizioni. Ci sono finalmente le condizioni per trasferire le istanze elitarie dei libertari alla gente comune. Il primo dibattito pubblico è promosso dai radicali romani il 12 dicembre 1965. Simbolicamente la riunione si tiene nello stesso luogo in cui si svolgevano i convegni degli «Amici del Mondo»: il ridotto dell’Eliseo a Roma. Introduce la manifestazione Mauro Mellini che chiede ai presenti di far lievitare nelle masse sentimenti e convincimenti divorzisti, incanalando energie e coordinando gli sforzi al fine di sostenere il progetto di legge sul divorzio. Su questa linea, qualche mese dopo, Mellini e Pannella annunziano, in una conferenza stampa, la costituzione della “Lega per l’Istituzione del Divorzio” (Lid). Tra i fondatori, oltre a Fortuna, ci sono i magistrati Mario Berutti e Salvatore Giallombardo, i parlamentari Lucio Luzzatto del Psiup, Giuseppe Perrone Capano del Pli, Giuseppe Averardi del Psdi, e, a titolo personale, lo scienziato Adriano Buzzati-Traverso, e il giurista Alessandro Galante Garrone.

Anche «L’Espresso», che dalla fine del vecchio Partito radicale ha ignorato il nuovo gruppo, titola a piena pagina Arriva il divorzio[1]. Tra aprile e novembre del 1966 si tengono due manifestazioni, a Milano e a Roma, che aprono la serie delle mobilitazioni di base. La seconda, a Piazza del Popolo, vede la partecipazione di circa 20.000 persone provenienti da tutta Italia. Libero, coniugando al solito impegni professionali e passione politica, è presente, anche in conseguenza dell’adesione alla campagna di mobilitazione popolare promossa da «ABC»: tra l’ottobre 1965 e il marzo 1966 Loris Fortuna ha ricevuto dai lettori del settimanale 32.000 cartoline e 4.000 lettere, presentate al presidente della Camera in occasione del dibattito sulla giustizia. La comparsa della Lid, ben due anni prima del Sessantotto, è il primo sintomo dell’insufficienza del Parlamento a gestire la modernizzazione del Paese; ma è anche l’avvio di uno modo di fare politica, atipico, critico, extraparlamentare e non violento, che si pone l’obiettivo della conquista di un risultato concreto nel breve periodo. Una pratica riformatrice, non un assunto ideologico, più simile ai “girotondini” degli anni Novanta che al movimento studentesco e ai gruppi estremisti del Sessantotto e degli anni Settanta. La Lega divorzista introduce la formula anglosassone del rapporto diretto tra cittadino/elettore e politico/rappresentante del popolo senza la mediazione dei partiti o di lobby privatistiche. Il merito maggiore sta nell’aver individuato nel divorzio un’esigenza generale derivante dai processi di trasformazione del Paese.

«A partire dalla metà degli anni sessanta, tuttavia, anche la società italiana appariva più dinamica. Pur se in maniera meno marcata rispetto al trend dei più avanzati paesi europei (che presentavano aumenti dal 6 al 15 per cento), anche in Italia le separazioni legali, soprattutto tra i ceti medio-alti, erano passate nel decennio 1955-1965 dall’1,4 al 2,6 per cento. Alcune ricerche parlavano di almeno 40.000 separazioni legali come la punta di un iceberg relativo a ben più numerose forme di fallimento coniugale»[2].

Libero Grassi
Libero Grassi

A Palermo Libero diviene portavoce delle istanze radicali e si iscrive individualmente alla Lid. Nelle elezioni politiche del 1968 si adopera per la candidatura nelle lista repubblicana di Antonio Montanti che ha sottoscritto il documento della Lega in cui si chiede ai candidati laici, se eletti, di ripresentare la proposta di legge sul divorzio. All’apertura della quinta legislatura settanta parlamentari laici presentano un progetto di legge unificato. L’anno successivo il disegno legislativo, integrato con la proposta del liberale Antonio Baslini, approda al dibattito parlamentare. La Lid modifica la sua azione accentuando il carattere di gruppo di pressione esterno. Si susseguono una serie di manifestazioni nella Capitale in cui emergere la leadership di Marco Pannella che, nel 1969, inaugura la pratica dello sciopero della fame. Una forma di resistenza passiva tesa a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi dell’agenda politica radicale.

Nonostante i divieti del Vaticano, i richiami all’ordine dell’«Osservatore Romano» e i tentativi di diluire la riforma operati da Giovanni Leone, il primo dicembre 1970 viene approvata la Legge n. 898 sulla «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio». La Dc è stata battuta da una maggioranza laica che accumuna in un unico fronte i partiti divorzisti dal Pli al Pci. I democristiani, tuttavia, hanno compiuto una mossa preventiva: a maggio è stata promulgata la legge sul referendum abrogativo di iniziativa popolare, un istituto della Costituzione mai reso operativo fino a quel momento. Due mesi dopo la promulgazione della norma la Conferenza Episcopale Italiana dichiara che è legittimo avvalersi degli strumenti costituzionali per difendere la famiglia. È il via libera alla raccolta di firme per richiedere l’abrogazione del divorzio. Nel maggio 1971 circa 1.370.000 italiani ottengono il referendum per abolire la legge Fortuna-Baslini. I laici tentano di opporsi sostenendo l’inapplicabilità della verifica referendaria per norme che tutelano i diritti della persona. I comunisti, invece, sono tiepidi. Temono lo scontro diretto con la Democrazia cristiana ché annullerebbe la strategia di dialogo con le masse cattoliche. Si tentano diverse soluzioni per evitare il referendum, ma lo scioglimento anticipato delle Camere – il primo – e l’indizione delle elezioni rinvia la sfida. Nel nuovo parlamento la destra missina si è rafforzata e vuole una rivincita nei confronti di quell’Italia che l’accusa di essere protagonista dell’eversione nera.

«Risuonarono così richiami della destra neofascista ai tradizionali valori cristiani… e le invocazioni al “blocco d’ordine”: “un blocco d’ordine – per dirla con l’esponente missino Tripodi – che crede nella bandiera tricolore, nelle medaglie al valore, nella gruccia del mutilato. Un blocco […] che vuole il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna e i treni in orario, sissignore, anche i treni in orario”»[3].

Marco Pannella
Marco Pannella

Nel giro di due anni (1970-1972), i radicali passano attraverso tre fasi: opposizione al referendum; opposizione ai negoziati per lo svilimento della legge Fortuna; convocazione del referendum per verificare nel paese la maggioranza progressista determinatasi in Parlamento. Una scelta conseguente alla loro analisi politica: l’ampliamento della sfera delle libertà è l’unica carta vincente della sinistra per far esplodere le contraddizioni clericali e reazionarie del regime democristiano. Un passaggio propedeutico essenziale per la costituzione di una coalizione democratica che veda insieme la sinistra di classe e quella riformatrice. Il popolo italiano è più maturo della classe politica ed affermerà con il voto il carattere dirompente dei diritti civili, consentendo il formarsi di una maggioranza laica di progresso. Il limite della linea politica è legato alle “microscopiche” dimensioni del Partito radicale. Il divorzio ha dato visibilità alla Lid, grazie alla trasversalità laica e alle provocazioni, ma la Lega non è il Pr. I suo militanti sono i più attivi dello schieramento, ma si tratta di un espediente che supplisce le carenze organizzative. Tra il 1967 e il 1971 gli iscritti non superano i duecentocinquanta. Un’inezia nel panorama dei grandi partiti di massa. Per fare un raffronto basterebbe ricordare che in una sola sezione del Pci si raccolgono anche più di duemila iscritti. Di fronte alla convocazione del referendum i radicali, per rimanere alla testa del movimento divorzista, hanno l’urgenza di strutturarsi in maniera omogenea sull’intero territorio nazionale. Si prova a sfruttare il trasversalismo della Lega per arrivare entro un anno ad almeno mille iscritti, pena l’autoscioglimento (altra trovata pannelliana dal forte contenuto psicologico). Così, durante il decimo congresso del partito si decide di concedere la tessera anche agli iscritti di un altro partito. La doppia tessera, nell’ortodossia partitocratica, trasforma il Pr in un contenitore a-ideologico che raccoglie adesioni su argomenti specifici privandolo di una visione globale della società. In sostanza si utilizzano le adesioni e le simpatie raccolte attraverso la Lid per convogliarle all’interno del partito ai fini della crescita organizzativa. Dopo un anno si contano 1.300 iscritti. Un robusto contributo all’espansione è dovuto alla doppia tessera. Circa un quinto degli iscritti aderisce anche ad un altro partito: il 38,2% ha la tessera del Psi, il 31,8% del Pri, l’11% della “sinistra di classe”, il 9,5% del Pci, identica percentuale per il Pli[4]. Libero è uno dei settantaquattro repubblicani che prende la tessera radicale. Questo è sicuramente uno dei motivi principali che lo spingono ad affrontare le elezioni provinciali del ’72 con una campagna provocatoria, radicale, appunto.

Mentre si prepara lo scontro referendario, giunge tra capo e collo lo shock petrolifero. L’aumento dei prezzi del greggio e la contemporanea diminuzione dell’estrazione, imposti nel giugno 1973 dai paesi produttori, triplicano il prezzo dell’”oro nero”. Per la prima volta inflazione e stagnazione si intrecciano generando una paralisi produttiva. La parola d’ordine sarà: austerità. Vengono prese misure per il risparmio energetico che ricordano le ristrettezze della seconda guerra mondiale.

«Fu una notte breve: le misure restrittive dei consumi furono presto abolite. Ma non restarono senza conseguenze. Nacque allora la consapevolezza che la crescita non poteva continuare definitivamente e che anche lo sviluppo poneva gravi problemi»[5].

L’Italia sembra piombata in una fase oscurantista. Sono rivelatori i comizi di Fanfani durante la sfida referendaria. Il segretario nazionale della Dc usa toni moderati nelle città del centro-nord, dove presenta l’abrogazione del divorzio come un modo per difendere la libertà di tutti, anche dei comunisti. Nelle piazze del Mezzogiorno, invece, alla ricerca di voti con cui bilanciare i «No» del Settentrione, supera ogni limite rivelando l’immagine pessimistica che i democristiani hanno della famiglia italiana, «fatta di donne sciatte, consumate, ai cui mariti sarebbero legati dalla forza della legge, mai dalla tenacia dell’affetto, e dove il matrimonio è visto soprattutto come dovere»[6].

Libero è tra i promotori del comitato referendario palermitano per il «No». Nei dibattiti pubblici racconta la sua esperienza, senza celare le tribolazioni patite per liberarsi da un matrimonio sbagliato. Racconta ai giovani le pressioni subite dal clero, l’omertà di «avvocaticchi insulti» che rifiutano di schierarsi contro il diktat della Chiesa, l’umiliazione di doversi rivolgere ad un legale, il lungo iter per ottenere l’annullamento e, infine, il marchio di “infame divorziato” frutto di ridicoli pregiudizi e paravento di vergogne ben più gravi. Si mette, poi, in contatto con il gruppo radicale romano per portare a Palermo gli esponenti più in vista della Lid. Oltre al rapporto di amicizia con Pannella, può contare sulla collaborazione di Gianfranco Spadaccia, Emma Bonino e Adele Faccio che, da quel momento, considereranno casa Grassi la “centrale” radicale siciliana. Ma non finisce qui. Ispira un ciclostilato della Federazione giovanile repubblicana in cui si evidenzia una posizione “terza” dei laici sia rispetto ai tardivi alleati del «No», sia rispetto agli avversari del «Si»: i comunisti più di ogni altra forza politica devono mobilitarsi per difendere il divorzio perché fino all’ultimo hanno tentato di far saltare il referendum con artifici «poco chiari»; clericali e fascisti, uniti in un «blocco d’ordine», hanno finalmente svelato che, dietro l’abrogazione della legge, nascondono ben altri obiettivi reazionari e liberticidi.

«E’ noto a tutti infatti che l’Arcivescovo di Palermo, Cardinale Pappalardo, dopo avere ricevuto più volte i comitati della difesa della famiglia, costituiti e guidati dal MSI, è stato il più deciso ed ottuso alla Conferenza Episcopale, accanendosi nel negare ai cattolici la libertà di decidere secondo coscienza, svilendo la dignità degli stessi cattolici. E’ una condizione, quindi, liquidare il clerico-fascismo, anche per laicizzare lo Stato e creare una più moderna organizzazione familiare»[7].

Il 13 maggio alla fine dello spoglio il divorzio è confermato dal 59,3% degli italiani con una partecipazione al voto che sfiora l’88%. Quella sera stessa Libero scrive un messaggio Ai divorziati, diviso in due parti.

Nella prima, intitolata Cosa vi abbiamo tolto, cerca di dimostrare, partendo dagli insegnamenti evangelici, come l’inscindibilità religiosa del matrimonio annulli la spontaneità dell’unione tra uomo e donna, un vincolo giuridico che diviene troppo spesso triste sopportazione del conformismo coniugale.

L’argomento è introdotto da due versetti dei Vangeli di Luca e Marco: «Chiunque manda via la moglie e ne sposa un’altra commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio» (Luca 16, 18); «…e se la moglie, ripudiato il marito, ne sposa un altro commette adulterio» (10, 12).

La risposta è affidata a la Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj: «… il matrimonio deve scaturire, in primo luogo, da un affetto, dall’amore, se preferite, e che se c’è amore, solo in questo caso il matrimonio è, per così dire, santificato. Pertanto, un matrimonio che non si basi su un affetto naturale, o amore, se preferite, non ha in sé nessun obbligo morale»; e più avanti: «…così vivevamo. Le nostre relazioni diventavano sempre più ostili, e finalmente giunsero a tal punto che non erano i dissensi che producevano l’odio, ma l’odio che produceva i dissensi: essa stava per dire una cosa ed io già la contraddicevo prima che l’avesse detta, e lo stesso faceva lei»[8].

Il matrimonio in quanto sacramento religioso è indissolubile. Nessun uomo, nessuna donna può allontanarsi dal giuramento prestato di fronte a Dio senza commettere peccato. Il loro è un dovere coniugale, più che un piacere della convivenza. Così può accadere di continuare a vivere sotto lo stesso tetto, soffrendo reciprocamente ogni giorno di più, fino ad odiare persino il suono della voce del coniuge. Il vissuto familiare non può fondarsi su un astratto atto di fede, ma deve alimentarsi quotidianamente con la consapevolezza che un rapporto di coppia, come ogni cosa del genere umano, è soggetto ad usura e consunzione. Il vincolo religioso ha tolto al matrimonio la scintilla dell’amore, l’unica in grado di rendere la vita in due un’attestazione della libertà individuale.

La seconda parte è la naturale conseguenza della prima: Cosa vi abbiamo dato. La vita coniugale, quella vera, si fonda sulla ricerca dell’armonia. Un equilibrio duraturo nel quale l’uomo cede parte di sé alla donna e viceversa. L’individualità si esalta nella convivenza scelta liberamente, senza costrizioni religiose e senza il timore del peccato. La vittoria referendaria ha donato al matrimonio «…la soave ricerca di una identità di coppia»[9].

Il riavvicinamento di Libero e Pina al Partito radicale è un primo passo verso la distensione dei rapporti tra genitori e figli. L’analisi sul momento storico convince Davide ed Alice. Sono d’accordo nel ritenere che il Paese sia imbrigliato nelle maglie di un “regime corporativo”. La Democrazia cristiana ha imposto il suo dominio sulla società ereditando gli strumenti creati dal fascismo: dall’Iri agli istituti mutualistici e previdenziali, dagli enti locali alle istituzioni corporative, dalla polizia alla magistratura, dall’esercito al Consiglio di Stato, dalla Corte dei conti alla Conferenza episcopale italiana. La drastica identificazione tra la Dc degli anni settanta e il Pnf degli anni trenta si basa sull’idea che l’intreccio tra politica, economia, burocrazia e finanza ha cristallizzato il sistema di potere impedendo qualsiasi alternativa di governo. Per uscire dallo stallo si indica la strada dei diritti civili. L’attivazione del referendum può essere il cavallo di Troia per forzare i meccanismi istituzionali nel pieno rispetto della Costituzione. Il disegno riformatore deve scaturire dall’abrogazione delle leggi che puntellano il blocco sociale dominante. Si progettano, già nel congresso di Torino del 1972, otto referendum: due riguardano il concordato del 1929, tra Italia e Santa Sede: due la materia antimilitarista (codice militare di pace e ordinamento giudiziario militare); due la libertà di informazione (ordine dei giornalisti e legge sulla stampa); uno la libertà di antenna; l’ultimo i reati penali riguardanti l’aborto. La strategia referendaria presuppone l’implosione del sistema sulle sue stesse contraddizioni. Il voto popolare può aggregare maggioranze reali diverse da quelle parlamentari. Non è solo il tentativo di innescare un efficace processo riformatore, ma è anche un mezzo per trascinare in piazza il tradizionale gioco parlamentare. I diritti civili sono il campo di battaglia ideale per stabilire coalizioni destinate a risultare maggioritarie e vincenti. La polarizzazione delle scelte – o «Si» o «No» – comporta una spinta verso la semplificazione del quadro politico nettamente diviso tra progressisti e conservatori. Questi ultimi guidati dalla Dc, ritenuta la vera destra storica del Paese. Accanto al cuneo referendario si agitano questioni che l’Italia bacchettona e moralista finge di non vedere: la diffusione delle droghe, l’obiezione di coscienza, la pratica dell’aborto, le pari opportunità, l’omofobia. Su ognuno di questi temi avviano la formazione di associazioni collaterali che replicano il modello della Lid, ovvero mettere in moto movimenti popolari d’opinione senza rinchiudersi nel settarismo del piccolo gruppo. Le modalità operative sono davvero inusuali per la pachidermica partitocrazia: fumano hascisc in pubblico, organizzano cortei omosessuali, sono renitenti alla leva, improvvisano ambulatori per praticare gli aborti, attuano lo sciopero della fame. I dirigenti del partito sono i primi a realizzare gesti di disobbedienza civile, a rischio della galera. Il presupposto è creare uno scandalo pubblico per costringere il Parlamento a colmare le lacune legislative nel campo dei diritti civili. Non bisogna, tuttavia, sopravvalutare la portata del movimentismo, anzi il continuo susseguirsi di azioni dimostrative tende ad isolare i radicali ai margini del sistema politico, considerati, dai partiti dell’acro costituzionale, una mina vagante. Pur avendo l’intuizione che il referendum può rappresentare la rottura degli equilibri fissati nel ’48, non beneficeranno dello spostamento a sinistra dei consensi elettorali. La borghesia progressista affida le sue istanze di modernizzazione all’unico partito capace di garantire serietà e ponderatezza in una stagione di emergenza democratica, il Pci.

Davide ed Alice scoprono l’altra faccia degli anni Settanta: l’estremismo politico fa paura; i diritti civili no. I gruppuscoli extraparlamentari della sinistra assomigliano sempre più a sette dogmatiche. Hanno un linguaggio ideologico incomprensibile, rinchiusi in una nicchia di solipsismo politico in cui la violenza è la forma visibile della “contestazione”. I radicali, invece, sebbene minoritari e fastidiosi, non sono violenti. Coinvolgono fasce di cittadinanza non politicizzate ed ansiose di sciogliere i lacci della persistente legislazione fascista. Allargano lo spettro delle rivendicazioni ai problemi dell’intera società civile, trovando sulla loro strada cittadini consapevoli e disposti ad organizzarsi in comitati democratici: insegnati democratici, avvocati democratici, medici democratici, magistrati democratici, poliziotti democratici pensionati democratici, casalinghe democratiche, genitori democratici e così via. Tanti sono anche i cattolici che, dissentendo con l’impostazione moralista della Chiesa e della Dc, appoggiano le iniziative dei radicali.

«La cieca fede ideologica che finisce per armare la mano degli estremisti di destra e di sinistra, non ha nulla in comune con questa nuova società impegnata nelle battaglie civili»[10].

Davide ed Alice scelgono liberamente di aderire al nuovo Partito radicale. Una decisione che dipende in buona parte dal carisma di Marco Pannella. L’esponente radicale, durante la campagna referendaria, comincia lo sciopero della fame per conquistare uno spazio televisivo nella Tribuna politica, chiusa alle forze non rappresentate in Parlamento. Vinto il referendum rimane la richiesta di accesso alla trasmissione televisiva, alla quale si aggiunge l’istanza di consultazione delle minoranze extraparlamentari da parte del Presidente della Repubblica. Pannella vuole forzare il sistema creando un vulnus nella pratica istituzionale che non sarà più possibile ignorare. A metà luglio, dopo oltre settanta giorni di digiuno, Pier Paolo Pasolini scrive:

«La volgarità del realismo politico non trova alcun punto di connessione col candore di Pannella, e quindi la possibilità di esorcizzare e inglobare il suo scandalo. Il disprezzo teologico lo circonda. Da una parte Berlinguer e il Comitato centrale del Pci, dall’altra i vecchi potenti democristiani. Quanto al Vaticano è molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani (…) è il Partito Radicale, la LID (e il loro leader Marco Pannella) che sono i reali vincitori del referendum del 12 maggio. Ed è per l’appunto questo che non viene loro perdonato “da nessuno”… Anziché essere ricevuti e complimentati dal primo cittadino della Repubblica… Pannella e i suoi compagni vengono ricusati come intoccabili… Certo il Vaticano e Fanfani, i grandi sconfitti del referendum, non potranno mai ammettere che Pannella, semplicemente “esista”. Ma neanche Berlinguer e il PCI, gli altri sconfitti del referendum, potranno mai ammettere una simile esistenza. Pannella viene dunque “abrogato” dalla coscienza e dalla vita pubblica italiana»[11].

Naldini, Pasolini e Moravia
Naldini, Pasolini e Moravia

Il caso Pannella esplode sulla stampa: lo scrittore friulano lo intervista per il settimanale «Il Mondo»[12]; il «Corriere della sera» apre un dibattito, ripreso da altri quotidiani e periodici; gli intellettuali prendono posizione pro e contro lo sciopero della fame, a cominciare da Moravia e Sciascia. Giorgio Bocca, nella sua rubrica su «L’Espresso», lo difende e attacca il compromesso storico già operante fra comunisti e democristiani. Il Psi suggerisce che sia invitato a un dibattito tv sul “diritto di famiglia”, in discussione al Parlamento. Il 18 luglio 1974 viene ricevuto, a titolo personale, dal Presidente Giovanni Leone. Quella sera stessa lo convocano in via Teulada per registrare una trasmissione di Tribuna politica. Si presenta davanti alle telecamere con il suo maglione dolcevita e il pendaglio pacifista. Ignora le domande del moderatore, Gino Pallotta, per urlare che, dopo la vittoria referendaria dei radicali, l’Italia non è diventata vittima di lesbiche e omosessuali, come aveva annunciato Fanfani. È indebolito dal lungo digiuno, ma trova la forza per inveire contro la legge criminogena che provoca aborti clandestini di massa, mentre le signore benestanti abortiscono con 500mila lire in cliniche private, confortate dall’assistenza psicanalitica e magari anche quella religiosa. Pallotta è impietrito, inerte, non osa interromperlo. Aborto, lesbiche, omosessuali: non si sono mai sentite simili “sconcezze” alla tv italiana. Si tenta di censurare la trasmissione, ma si ottiene solo lo spostamento di canale, dal primo al secondo, e una variazione di orario, dalle nove alle dieci. Contemporaneamente si manda in onda su Rai un programma di grande richiamo. Tutto inutile. La famiglia Grassi è riunita davanti al televisore in attesa dell’evento. Pannella appare con il volto emaciato fissa l’obiettivo e conquista i telespettatori con la sua predica da “santone”.

«Sono gli anni del femminismo, degli indiani metropolitani, di lotta continua e di borghesi che votavano PCI. I radicali, disposti a dialogare con tutti, si imponevano alla ribalta nazionale presentandosi allo stesso tempo più estremisti e pragmatici delle tradizionali forze politiche; una forza extraparlamentare che esercitava metodi di intervento diretto nella società civile, senza provocare sconvolgimenti degli equilibri democratici, pur rimarcando il conservatorismo della società italiana. Pannella era il primo radicale italiano, non borghese, ad essere uscito dai salotti e dalle redazioni per cominciare a “battere” il marciapiede. Il suo “ingresso” in famiglia avvenne in occasione di un monologo televisivo, conquistato a forza di digiuni. Si presentò alle telecamere in tenuta full black, con un ciondolo antimilitarista sul petto. Fu una vera e propria rivelazione, mi rimotivò. Le sue erano battaglie vincenti e positive che mi consentivano di continuare ad essere “off” così come volevo. Marco è stato in quegli anni il Che Guevara della famiglia Grassi»[13].

Davide Grassi si lascia persuadere dalla forza del digiuno, ripreso il 25 luglio per altri sedici giorni, con il quale chiede: il voto ai diciottenni e un nuovo diritto di famiglia entro l’anno; un dibattito parlamentare sull’aborto; il riconoscimento dei diritti delle minoranze da parte del Presidente della Repubblica; una informazione plurale e democratica alla Rai-Tv; una corretta esposizione delle battaglie per i diritti civili sulla stampa quotidiana; il rispetto della legge istitutiva del referendum; una legge contro gli esportatori abusivi di capitali; la bonifica del gioco democratico inquinato da “padroni” pubblici e privati.

«… il digiuno non si configurava come antiparlamentare o anti-partiti, non era cioè un ricatto al parlamento, ma al contrario una sollecitazione a trovare l’energia per fare quel che essi avevano enunciato di volere, ma per cui non trovavano il tempo ed il rigore necessari… attraverso uno strumento apparentemente così individualistico… Marco Pannella… era riuscito a mobilitare intorno a sé energie di militanti radicali: questi, a loro volta, avevano consentito al leader, con il loro lavoro, di moltiplicare iniziative, campagne di stampa, pressioni e azioni dirette. Quel rapporto tra i due elementi dell’equazione politica radicale – il capo, che per eccezionale capacità di mobilitazione acquista caratteristiche carismatiche, e i militanti – si rafforzava in quella estate calda proprio in ragione della reciproca necessità tra i due elementi e quindi della loro complementarità»[14].

La disobbedienza civile e lo sciopero della fame drammatizzano volutamente il dialogo con la società civile per reagire all’ostracismo voluto dai partiti.

20131230_referendum_divorzio-La-StampaDavide ha ragione. Si tratta di una modalità vincente visto che molte richieste radicali entrano nel calendario parlamentare trovando spesso uno sbocco legislativo. Per esempio il voto ai diciottenni, agganciato agli scandali di corruzione politica e all’ondata referendaria, è uno degli elementi dello spostamento a sinistra dell’elettorato, già a partire dalle elezioni amministrative (1975). Il Pci candida al comune di Palermo Leonardo Sciascia che si è speso, nel capoluogo e nel resto della regione, per il fronte divorzista. Un inequivocabile segnale di cambiamento. L’11 maggio, l’autore del Giorno della civetta è sul palco del teatro Politeama accanto al segretario regionale del Pci Achille Occhetto. A chi obietta in privato, «Ma chi te lo ha fatto fare», risponde pubblicamente di fronte alla sala traboccante di folla: «Questa frase non la prendo… nel senso della disapprovazione… la prendo come un riconoscimento… perché appunto la situazione è questa: che nulla e nessuno me lo ha fatto fare… i gesti civili… si fanno quando nessun interesse particolare e personale, nessuna ambizione ci porta a farli». A quanti gli ricordano che il Pci lo ha attaccato per la critica “illuministica” al comunismo sottolinea: «I dissidi ideali sono sempre più tra i vicini che tra i lontani; gli eretici sono sempre più duramente colpiti che gli infedeli. È chiaro che io non rinnego nemmeno una virgola delle mie eresie; è questo… fa onore al Pci che mi ha invitato a far parte di questa lista»[15]. Un consigliere comunale di maggioranza, intervistato da Giuliana Saladino per «L’Ora», asserisce che non si ricandiderà per sostenere lo scrittore: «Sciascia è una garanzia, mi dà la fiducia di votare finalmente per una volta per una persona che ne fa cento di tutti i politici che abbiamo (…) mi identifico in lui». Un «siciliano pulito» che non ha nulla da spartire con le bassezze e gli intrighi del potere premiante «i cretini…, gli imbroglioni». Sciascia è un uomo libero pure «ai comunisti gliele canta, lui ha preso posizione in favore di Solgenitsin, e questa per me è la garanzia maggiore della sua libertà»[16]. Un’affermazione profetica. Un anno e mezzo più tardi lo scrittore si dimette e abbandona il Partito comunista opponendosi al consociativismo regionale di Dc e Pci. Il risultato generale delle elezioni amministrative porta il Pci alla guida di Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli. Palermo rimane di stretta osservanza democristiana anche se, per effetto della candidatura di Sciascia, la Dc è costretta a presentare qualche volto nuovo. Alla fine le sorti della città tornano, come sempre, nella mani del ministro della Marina mercantile, Giovanni Gioia, e dell’andreottiano Salvo Lima, divenuto sottosegretario di Stato. Vito Ciancimino non è ricandidato ma rimane dietro le quinte eleggendo alcuni “amici” fidati.

Nel ’76 “il radicale per eccellenza” sbarca a Palermo, ospite dei Grassi. Pur non essendo candidato in Sicilia, trascorre l’intera campagna elettorale in giro per l’isola. L’arrivo di Pannella determina un salto di qualità: intorno ad “Area” (Associazione radicali di espressione alternativa) si costituisce la sezione palermitana del nuovo Pr. La sede è in vicolo Castelnuovo, pieno centro storico.

«Ogni giorno – dice Davide – la sede era affollatissima: risultava informale come la sede di un gruppo extra parlamentare ma con il calendario fittissimo e regolare proprio di un’istituzione. C’erano conferenze degli antimilitaristi, quelle del Fuori (Fronte unito omosessuali rivoluzionari italiani), ognuno riusciva ad avere il proprio spazio in cui esprimere se stesso e dimostrare il suo “essere rivoluzionario”»[17].

Il primo impegno è la raccolta di firma per la presentazione della lista. Il partito ha deciso di presentarsi in tutte le circoscrizioni. La sezione è il punto di ritrovo di una nuova generazione di attivisti di cui Libero è il padre nobile. Suggerisce, consiglia, propone. A lui si deve la stampa del quindicinale «TU». Il nome della testata è parzialmente nascosto da un mano che punta l’indice verso il lettore. Il giornale prospetta di affrontare «scottanti problemi sociali» (droga, ecologia, casa, energia, occupazione, violenza), chiamando in causa direttamente il lettore, per restituire «alla stampa la sua funzione di partecipazione sulle proposte emergenti dei bisogni della società»[18]. Il periodico vuole, dunque, consentire ai palermitani di formarsi un’opinione alternativa alle manipolazioni della stampa di “regime”.

«La Soc. SIPRA (che gestisce tutti i “caroselli” pubblicitari della RAI-TV) occupa un ruolo determinate e colpevole poiché finanzia i quotidiani dei partiti del governo e dell’”opposizione”, condizionando, con una pioggia di miliardi l’informazione stessa»[19].

Analizzando la situazione politica si arriva alla conclusione che l’unica forma di opposizione efficace, per impedire l’avverarsi del «compromesso storico», sia l’ostruzionismo parlamentare anglosassone. Il «filibustering», ovvero il prolungamento indefinito del dibattito su una determinata questione, consente alla minoranza di impedire l’approvazione di una misura a cui è contraria. Una modalità che identificherà l’attività parlamentare dei deputati radicali. La distribuzione dell’organo di stampa avviene durante i ricorrenti sit-in realizzati sotto i portici di via Ruggiero Settimo. La pubblicazione, tuttavia, dura solo due mesi.

I giovani radicali ammirano e un po’ invidiano i Grassi che nel loro salotto accolgono i dirigenti nazionali del partito, con i quali hanno una confidenza familiare. Insieme a Pannella, infatti, c’è anche il capolista circoscrizionale Gianfranco Spadaccia, e, di tanto in tanto, Emma Bonino, Adele Faccio, l’allora giovanissimo Francesco Rutelli e gli inviati di Radio radicale. La sera, al termine dei giri elettorali o di una manifestazione politica, ci si ritrova in via D’Annunzio. Tra una riflessione concettuale e un caffè, si ha il tempo per scambiare indiscrezioni sulla vita dei presenti. Si stabilisce, così, un’intesa che va oltre la comune intesa politica. Libero considera Marco un leader carismatico, ma soprattutto un abile comunicatore. Marco vede in Libero un “grande vecchio” che vive in una “terra di frontiera”.

«Su cosa possa significare “terra di frontiera” – dice Davide – non si sono mai intesi. Mio padre rimprovererà a Marco, fino alla fine, di non capire un “tubo” di Sicilia. Infatti, l’incauto approccio di Pannella ai problemi della Sicilia è stato causa di scelte incomprensibili e suicide. Libero, al contrario, rimarrà sempre convinto che per quanto liberali, per quanto garantisti, per quanto neo-giacobini, per quanto laici, i radicali siciliani non possono che stare in trincea contro i mafiosi»[20].

 

[1] «L’Espresso», anno XII, n. 17, 24 aprile 1966

[2] G. Scirè, Il divorzio in Italia dalla legge al referendum, «Italia contemporanea», anno XXXIII, n. 247, giugno 2007

[3] G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, 2003, pp.499, 500

[4] L. Ponzone, Il Partito radicale nella politica italiana: 1962-1989, Schena editore, Fasano (BR), 1992, in www.radioradicale.it

[5] A. Lepre, C. Petraccone, Storia d’Italia dell’Unità ad oggi, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 346

[6] A. Padellaro, Fanfani cerca un argine al Sud contro i «no» del Settentrione, «Corriere della sera», 25 aprile 1974

[7] Fgr, Uniamoci per battere il clerico-fascismo, ciclostilato, Palermo, 1974.

[8] L. Tolstoj, Sonata a Kreutzer, Baldini e Castoldi, Milano, 2006, pp. 122, 145, in L. Grassi, Ai divorziati, manoscritto, Palermo 1974,

[9]Ivi, p. 2.

[10] S. Colarizi, Biografia della Prima Repubblica, Laterza, Roma – Bari, 1996, pp. 127-128

[11] P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 2008, p. 65,68

[12] Non si tratta del periodico di Mario Pannunzio scomparso alla metà degli anni Sessanta

[13] D. Grassi, Appunti biografici, cit.

[14] M. Teodori, P. Ignazi, A. Panebianco, I nuovi radicali, cit. anche in www.radioradicale.it

[15] M Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, Milano, 1996, pp. 237, 238

[16] G. Saladino, Chissà come chiameremo questi anni, cit., p. 131

[17] C. Caprì, P. Maisano Grassi, Libero. L’imprenditore che non si piegò al pizzo, cit., p. 62

[18] «TU», Volantino pubblicitario, stampa tipografica, Palermo, 1976

[19] Idem

[20] D. Grassi, Appunti biografici, cit.

 

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