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Le ciliegie della dama nera

Le ciliegie della dama nera
di Giuseppe Foscari *

 

Il professor Giuseppe Foscari

Il professor Giuseppe Foscari

Il lessico dei lestofanti è sempre più vario e imprevedibile, soprattutto quando si trovano a dialogare tra di loro e pensano di avere il fiato sul collo delle forze dell’ordine. In questo caso, per sviare i controlli, è diventata cosa abituale usare un linguaggio che dirotti l’attenzione altrove e che dia il senso di una normalità, di una quotidianità, di un vissuto. Detto così, le ciliegie della dama nera sembrano essere i prelibati frutti di una gentile signora, abile nel raccoglierli e a renderli disponibili sul mercato per consumatori attenti ad acquistare i migliori prodotti della natura.

E invece, si tratta di ben altro.

Le ciliegie sono diventate da ieri l’ennesima metafora dell’Italia. Belle, succose, piccole, grandi, lucide, nitide, gustose, appetitose, invitanti. La prodiga e ferace natura le sforna per noi cittadini, le rende disponibili e facilmente reperibili. Non sto parlando delle ciliegie vere e proprie, ma delle mazzette spacciate per ciliegie. Le pratiche degli appalti negli enti pubblici (da ultimo, quelli dell’Anas e della dama nera beccata non con le mani, ma con il corpo intero nella marmellata) hanno interiorizzato il sistema delle mazzette, lo hanno reso sistemico e strutturale, endemico e diffusissimo. Il che vuol dire che sono pochi e rari gli ambiti del pubblico in cui non si debba fare i conti con le classiche e vituperate mazzette, necessarie per oliare il sistema, svegliare i pigri funzionari e renderli servizievoli e disponibili, ottenerne la compiacenza, in una cancrena che si reitera e si autoalimenta. Non è un caso che io abbia parlato di un fattore sistemico e strutturale, insito cioè nei processi economici, del tutto necessario per far partire bandi, gare e aggiudicazioni delle stesse. Una patologia che il capitalismo italico considera quasi del tutto fisiologico, ingenerando nel cittadino il fondato sospetto che nulla si possa realizzare in questo paese se non si passa per tali pratiche.

Non c’è concorrenza che tenga e che possa tenere bassi i prezzi e far risparmiare il pubblico, ossia noi tutti che alimentiamo le opere pubbliche con le nostre sudatissime tasse. La mazzetta si insinua ovunque scorrano fiumi di danaro incontrollato, ingloba e gonfia a dismisura i prezzi, i costi, le prestazioni, drogando il sistema economico e alterando qualunque prodotto finito. Se aggiungiamo che la mazzetta serve spesso a coprire l’uso di materiali scadenti o del tutto illegali o non compatibili con la sicurezza dei cittadini, ci rendiamo conto del motivo per cui essa non si risolva in una mera sottrazione di danaro dalla fonte pubblica, lo Stato, ma divenga la quintessenza del crimine, provocando vittime per ponti fatiscenti già quando vengono costruiti, strade impraticabile e pericolose, dissesto idrogeologico e gravissime alterazione del paesaggio, abusivismo.

Una mazzetta, cioè, non è un fatto neutro e senza incidenza alcuna sulla società. Uccide uomini e, in aggiunta, crea una devianza culturale dalla quale non riusciamo a venir fuori. Che è poi la vera patologia. Credere e far credere che senza di esse nulla si possa fare o costruire, nessuna opera sia possibile, creando un unico terrificante circuito, un tam tam universale, in cui prevale l’idea che lo sviluppo richieda mazzette e viceversa.

Come se l’Italia tutta fosse una grande repubblica fondata sulle ciliegie…

 

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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