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Le città “visibili”

Le città “visibili”
di Luigi Zampoli

Un flaneur che si rispetti va in giro per la sua città con disinvoltura e nonchalance, il suo è un andare vago e lucido al tempo stesso; cammina senza meta, con occhi attenti e curiosi, osservando attentamente persone, strade, cose, frammenti di vita, carpendo gli umori del popolo, a volte urlati, a volte sussurrati.
Le città andrebbero osservate come se fossero un parco di attrazioni multiformi e multicolori, popolate di specie viventi che hanno tutte qualcosa da raccontare, possibili spunti per una nuova antropologia.
Gli agglomerati urbani non sono soltanto il regno tangibile del presente, ma contengono le prime tracce del futuro che verrà, un futuro immediato che molto spesso si confonde tra gli strati del presente stesso; il flusso che attraversa città e metropoli è una spinta continua verso nuove dimensioni del nostro vivere, l’unico vero stato delle cose, la fotografia di una nazione.
Le metamorfosi urbanistiche arrivano a condizionare la sfera individuale, i comportamenti e le relazioni; i bisogni di socialità e di realizzazione hanno bisogno della sponda offerta dal contesto della quotidianità. Le nostre città vivono di flussi e riflussi, cambiamenti profondi, lacerazioni e nuove possibili coesioni.
Descrivere tutto questo forse è impossibile, le città si consegnano alla narrazione di pochi acuti osservatori, solo dopo intervalli temporali più o meno ampi; distanze, forme e angoli dei palazzi contengono e racchiudono spazi che si rimodellano per consentire l’ingresso di nuovi corpi sociali, stili di vita e abitudini.
Le città non assistono ai tempi passivamente, ma sono il tramite attraverso il quale la modernità esprime la sua vitalità e la sua energia. Tutto questo inevitabilmente reca con sé problemi e difficoltà di ogni genere, tra il cemento e l’asfalto le nostre vite rimangono spesso incastrate; le nevrosi ”urbane” non risparmiano nessuno, avvolgono inquietudini collettive ed individuali.
Forse non siamo noi che abitiamo le nostre città, ma sono loro ad abitare in noi stessi, ce ne accorgiamo quando ci trasferiamo altrove, abbiamo bisogno di tempo per abituarci ad una nuova prospettiva, lo scenario differente c’induce a nuove posture e nuovi sguardi, una differente misura tra noi e il circostante.
Il rapporto tra una persona e una città si svolge tra l’invisibile e il visibile, il già visto, ciò che vedremo e ciò che vedrà noi; se non riusciamo a trovare risposte e comprensione da un determinato mondo urbano, confidiamo che ce ne possa essere un altro in grado di farci sentire a casa; una città che sia la nostra casa.
Ma le città crescono, cambiano come le persone, non restano le stesse per sempre, almeno la loro parte visibile, quella invisibile ce la portiamo dentro come un bagaglio ideale da non dover mai disfare.
In un periodo come quello attuale le nostre “foreste di cemento“ andrebbero raccontate con maggiore cura e spirito di osservazione, con reportage analitici che possano dare un’idea del passaggio epocale che la nostra società sta vivendo verso una dimensione multietnica e multiculturale compiuta; le città reclamano i nostri sguardi distratti per prepararci al domani.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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