Dom. Lug 21st, 2019

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Le inutili guerre italiane: l’esercito contro i tatuaggi

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L’Esercito italiano dichiara guerra ai tatuaggi, vietandoli ai militari nelle “parti visibili del corpo” e ovunque se hanno, tra l'altro, “contenuti osceni, razzisti” o possano portare discredito alle Istituzioni e alle Forze armate. Anche i piercing, poi, sono vietati “su qualsiasi parte del corpo”. E’ quanto prevede una direttiva sulla “regolamentazione dell’applicazione di tatuaggi da parte del personale militare dell'Esercito”, che porta la data 26 luglio 2012 e che è stata pubblicata sul sito forzearmate.org. Ma lo Stato maggiore dell'Esercito, dopo che la notizia ha cominciato a far discutere, è intervenuto per precisare che la direttiva “non è stata ancora diramata. I contenuti, infatti, sono ancora oggetto di approfondimento e valutazione da parte della Forza armata, fermo restando - sottolinea l'Esercito - che l’iniziativa è stata presa anche in analogia a quanto in materia già disciplinato da altre Forze Armate”. Il documento, che reca la firma del capo ufficio generale del capo di Stato maggiore, ha l’obiettivo di “prevenire e contenere situazioni che possano incidere sul decoro dell' uniforme e sull'immagine dell'Esercito”, tenendo presenti “i riflessi negativi che il ricorso a tatuaggi o piercing possono avere sulla capacità di assolvere determinati incarichi operativi, nonché eventuali aspetti sanitari”. Nei confronti del soldato tatuato che opera ‘fuori-area’, infatti, si potrebbe “ingenerare un senso di diffidenza-discredito da parte di appartenenti ad altri Paesi che per motivazioni religiose o culturali disapprovino la pratica dei tatuaggi”. La direttiva prevede dunque che dal momento della sua entrata in vigore i militari non potranno apporsi tatuaggi “in parti visibili del corpo”. Dove, per parti visibili, devono intendersi quelle che rimangono scoperte indossando l’uniforme di servizio estiva, che per gli uomini è costituita da pantaloni e camicia a mezze maniche e, per le donne, da gonna, camicia a mezze maniche e scarpe decolleté. Sono invece “proibiti, su qualsiasi parte del corpo, i tatuaggi che abbiano contenuti osceni, con riferimenti sessuali, razzisti, di discriminazione religiosa o che comunque possano portare discredito alle Istituzioni della Repubblica Italiana ed alle Forze armate”, ad esempio quelli che “incitano alla violenza e all’odio”. Anche i piercing, poi, sono vietati ovunque. La ‘bozza’ di direttiva stabilisce l’esclusione dal concorso di ammissione all'Esercito per coloro che hanno tatuaggi sulle parti visibili del corpo o tatuaggi proibiti nel senso specificato, mentre per i militari già in servizio è previsto un ‘censimento’, con l'obbligo di sottoscrivere una dichiarazione sulla presenza di tatuaggi e la loro “dettagliata” descrizione. Sempre riguardo al personale in servizio e vietato farsi applicare nuovi tatuaggi non consentiti, pena severi provvedimenti disciplinari. All’ufficiale medico spetterà verificare, per quanto riguarda le parti del corpo coperte dall’uniforme. Il documento - in cui si affrontano anche i rischi sanitari legati sia all’applicazione del tatuaggio che alla sua rimozione (la percentuale dei tatuati pentiti, scrive l'Esercito, “varia dal 26 al 44%”) - è corredato da un allegato in cui si ripercorrono le “Origini storiche e il significato” del tatuaggio, la cui pratica “era diffusa già nell'Italia preistorica” e che Cesare Lombroso “mette in stretta correlazione con la degenerazione morale innata del delinquente”. Si ricorda infine che, in Italia, il 4,7% degli adolescenti ha un tatuaggio, il 2,7 più d'uno e il 23,1% ha un piercing.

L’Esercito italiano dichiara guerra ai tatuaggi, vietandoli ai militari nelle “parti visibili del corpo” e ovunque se hanno, tra l’altro, “contenuti osceni, razzisti” o possano portare discredito alle Istituzioni e alle Forze armate. Anche i piercing, poi, sono vietati “su qualsiasi parte del corpo”. E’ quanto prevede una direttiva sulla “regolamentazione dell’applicazione di tatuaggi da parte del personale militare dell’Esercito”, che porta la data 26 luglio 2012 e che è stata pubblicata sul sito forzearmate.org. Ma lo Stato maggiore dell’Esercito, dopo che la notizia ha cominciato a far discutere, è intervenuto per precisare che la direttiva “non è stata ancora diramata. I contenuti, infatti, sono ancora oggetto di approfondimento e valutazione da parte della Forza armata, fermo restando – sottolinea l’Esercito – che l’iniziativa è stata presa anche in analogia a quanto in materia già disciplinato da altre Forze Armate”. Il documento, che reca la firma del capo ufficio generale del capo di Stato maggiore, ha l’obiettivo di “prevenire e contenere situazioni che possano incidere sul decoro dell’ uniforme e sull’immagine dell’Esercito”, tenendo presenti “i riflessi negativi che il ricorso a tatuaggi o piercing possono avere sulla capacità di assolvere determinati incarichi operativi, nonché eventuali aspetti sanitari”. Nei confronti del soldato tatuato che opera ‘fuori-area’, infatti, si potrebbe “ingenerare un senso di diffidenza-discredito da parte di appartenenti ad altri Paesi che per motivazioni religiose o culturali disapprovino la pratica dei tatuaggi”. La direttiva prevede dunque che dal momento della sua entrata in vigore i militari non potranno apporsi tatuaggi “in parti visibili del corpo”. Dove, per parti visibili, devono intendersi quelle che rimangono scoperte indossando l’uniforme di servizio estiva, che per gli uomini è costituita da pantaloni e camicia a mezze maniche e, per le donne, da gonna, camicia a mezze maniche e scarpe decolleté. Sono invece “proibiti, su qualsiasi parte del corpo, i tatuaggi che abbiano contenuti osceni, con riferimenti sessuali, razzisti, di discriminazione religiosa o che comunque possano portare discredito alle Istituzioni della Repubblica Italiana ed alle Forze armate”, ad esempio quelli che “incitano alla violenza e all’odio”. Anche i piercing, poi, sono vietati ovunque. La ‘bozza’ di direttiva stabilisce l’esclusione dal concorso di ammissione all’Esercito per coloro che hanno tatuaggi sulle parti visibili del corpo o tatuaggi proibiti nel senso specificato, mentre per i militari già in servizio è previsto un ‘censimento’, con l’obbligo di sottoscrivere una dichiarazione sulla presenza di tatuaggi e la loro “dettagliata” descrizione. Sempre riguardo al personale in servizio e vietato farsi applicare nuovi tatuaggi non consentiti, pena severi provvedimenti disciplinari. All’ufficiale medico spetterà verificare, per quanto riguarda le parti del corpo coperte dall’uniforme. Il documento – in cui si affrontano anche i rischi sanitari legati sia all’applicazione del tatuaggio che alla sua rimozione (la percentuale dei tatuati pentiti, scrive l’Esercito, “varia dal 26 al 44%”) – è corredato da un allegato in cui si ripercorrono le “Origini storiche e il significato” del tatuaggio, la cui pratica “era diffusa già nell’Italia preistorica” e che Cesare Lombroso “mette in stretta correlazione con la degenerazione morale innata del delinquente”. Si ricorda infine che, in Italia, il 4,7% degli adolescenti ha un tatuaggio, il 2,7 più d’uno e il 23,1% ha un piercing.

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