Le matrici politico-religiose del genocidio armeno

Le matrici politico-religiose del genocidio armeno
di Carmelo Currò

imageÈ un problema di cui dovrebbero interessarsi gli storici. Questo è stato il commento imbarazzato e frettoloso che un sottosegretario italiano ha formulato a proposito dell’incidente diplomatico fra Turchia e Santa Sede, a proposito dello sterminio degli Armeni che il Pontefice ha ricordato.
Un commento che mette paura, se si pensa che i politici, così bravi a promettere tesoretti, invocare la solidarietà dei partners, cercare altrui coinvolgimenti (Onu o Europa) per non affrontare le situazioni “di petto”, questa volta pensano di passare la mano alle ricerche storiche invece che a persone in carne e ossa. Mi spaventa questa presa di posizione, se penso che fra qualche anno (o già adesso), si potrebbe affidare agli storici il compito di dire una parola definitiva sullo sterminio degli Ebrei, sui massacri in Cambogia, sulle stragi del Kossovo, sugli annegamenti degli immigrati e su tutti gli altri orrori che sono diventati tragica cronaca da oltre un secolo.
Ma suggerire un libro, un nome, un’opinione potrebbe essere molto più facile e più comodo, specialmente se si evita di elaborare rimedi, mettere in campo idee, affrontare inimicizie, dissidi internazionali, le proteste della Turchia o i dispiaceri del Papa. Si chiamerà un esperto compiacente su un divano televisivo e il gioco è fatto.
imageMa gli Armeni non ci stanno. Da sempre, come si sa, la politica è fatta anche con la storia: con una storia, però, che non deve rimanere incartapecorita nei libri e che deve invece fare da base per una società nazionale decisa a riguadagnare il proprio ruolo. Come vogliamo chiamare il genocidio degli Armeni? Eccidio, pulizia etnica, stermino? Sottilissime diversità verbali separano l’uno e l’altro termine; e così i fatti realmente accaduti. Nel Seicento gli Armeni furono deportati nel sud dell’Iran per fare terra bruciata intorno agli antichi luoghi di stanziamento invasi dai nemici dell’impero. Ma di fronte a una ritirata strategica, quanti eccidi, morti nel viaggio verso Isfahan, minacce di conversione forzata. Ogni evento era l’occasione per decimare una comunità attiva e tenace, ricca mentalmente e finanziariamente; ma in particolare, una comunità in grado di inserirsi e non di essere assorbita, capace di rimanere cristiana anche nel mare musulmano che la stringeva da ogni parte. E come chiamare se non sterminio mancato, quello che si consumò nel 1894-1896 fra il silenzio quasi generale dell’Europa, se si fa eccezione per il Papa o per la regina Vittoria che, stretta nelle maglie di una Monarchia parlamentare, apostrofò con veemenza e rancore i suoi ministri, incolpandoli di assistere senza muoversi a un eccidio inaudito?

Questa immagine, scattata da un giornalista tedesco e conservata negli archivi del Vaticano, documenta il massacro delle donne cristiane armene nel deserto di Deir ez-Zor – Siria , il 24/04/1915
Questa immagine, scattata da un giornalista tedesco e conservata negli archivi del Vaticano, documenta il massacro delle donne cristiane armene nel deserto di Deir ez-Zor-Siria, il 24/04/1915

In realtà, dietro queste terribili stragi, esiste l’odio mortale nei confronti del diverso, verso cittadini ritenuti potenziale quinta colonna perché in grado di riunirsi intorno ai pericolosi richiami spirituali di una Nazione e di una religione. Così avvenne nel 1894 quando si temette che i milioni di Armeni che vivevano entro i confini dell’Impero turco (oltre due secondo fonti turche, quasi dodici milioni, secondo gli Armeni), potessero costituire un potenziale alleato all’espansione russa per la riconquista degli antichi territori cristiani. Un timore rinato nel corso della prima guerra mondiale quando sia gli Ottomani che gli alleati tedeschi pensarono che gli Armeni sarebbero stati armati dai Russi e dalla Francia per essere rivolti contro le Potenze centrali. Oltre un milione e mezzo di Armeni, prima scelti fra le classi sociali superiori, poi rastrellando tutti quelli che era possibile coinvolgere, furono avviati verso remote località dell’interno attraverso marce della morte che prevedevano consunzione per fame e per malattie, secondo un progetto che pare sia stato concordato con ufficiali dell’esercito tedesco.
Nello sterminio armeno – che si sarebbe dovuto consumare lontano da occhi indiscreti e che doveva assumere le sembianze di un trasferimento verso la vecchia sede residenziale di questo Popolo  – non pochi storici e osservatori hanno dunque riconosciuto non tanto un gesto politico (già gravissimo per sua natura) ma un’autentica persecuzione di massa per liberarsi di un numero altissimo di Cristiani. In definitiva, anche su questo caso si addensano i sospetti terribili che hanno poi ricoperto i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki: ossia che la scelta di colpire due città medio-grandi del Giappone sia stata indirizzata sugli obiettivi in base all’alta percentuale di cristiani che vivevano nelle località poi distrutte dalle micidiali esplosioni. Due obiettivi in un sol colpo.
imageNon ci stiamo ad invocare gli storici. Non ci stiamo ad attendere gli interminabili lavori di commissioni togate e di componenti poliicizzati, per avere fra alcuni decenni le conferme o gli ammorbidimenti di quanto accadde; i potenziali mutamenti diplomatici della parola “genocidio” in quella di “sterminio” e quindi nell’altra di “strage”. Testimonianze, resoconti, pubblicazioni, foto, costituiscono già adesso una mole di materiale in grado di affermare la verità di fronte a tutto il mondo, nell’attesa che il Governo turco prenda atto di quanto fu commesso da uomini che sono morti da molti decenni e la cui condanna morale potrebbe fare solo onore ad una Nazione come la Turchia che infinite volte nel passato si rivelò invece come società accogliente, aperta, multietnica e libera.
Non faccia paura l’uso della parola genocidio per quanto avvenne. Facciano paura i nostri silenzi se non vogliamo che un giorno ci abituiamo alla morte di massa come ineluttabile evento di cronaca.

redazioneIconfronti

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