Le fabbriche della paura nel nuovo libro di Bauman

Le fabbriche della paura nel nuovo libro di Bauman
di Luigi Zampoli

Schermata 2014-04-08 alle 23.39.40Nel suo ultimo libro “Il demone della paura” Zygmunt Bauman continua la sua indagine sulla progressiva rarefazione dei comportamenti individuali e collettivi. Dalla “società liquida” la lente dello studioso si sposta sull’inafferrabile senso d’insicurezza e precarietà che sgretola la struttura psicologica di autodifesa degli individui.
La paura è un veleno invisibile, da iniettare in massicce dosi, per avere quanto più beneficio possibile; beneficio vuol dire controllo delle masse e profitto per le oligarchie.
La paura non ha tempo, si autoalimenta e si espande. Non si manifesta se non di riflesso, traducendosi in una strenua, ottusa difesa di tutto quello che riteniamo indispensabile o, meglio, di ciò che altri ritengono indispensabile per noi, al punto da stimolare la nostra reazione. Ed ogni reazione nasce da un timore che si presenta ai nostri occhi come concreto ed attuale.
I media ci avvertono con le espressioni incessanti della narrativa giornalistica: “c’è il rischio di…..”, “ attenzione a questi segnali…..”, “ dieci mosse per difendere la tua salute e …i tuoi risparmi”; la paura è il leitmotiv di gran parte dell’informazione degli ultimi anni.
Ai governi tocca in qualche modo rassicurare l’opinione pubblica ed ecco che nascono parole d’ordine presentate come depositarie di virtù taumaturgiche: la flessibilità, antidoto al rischio di perdere il lavoro, la rimodulazione del welfare, dietro cui si nasconde lo smantellamento delle protezioni sociali, le “nuove opportunità” che nascondono la devoluzione di ogni possibile soluzione dei problemi sino alla libera azione dell’individuo, da intendersi come “individuo forte” perché per i deboli non c’è speranza.
Lo Stato rafforza i propri apparati repressivi perché la paura genera ed è, a sua volta, generata da condizioni esistenziali precarie potenzialmente criminogene: come a dire, si diffonde la paura, la gestisco, la indirizzo, la contengo e garantisco la perpetuazione del potere (un film già visto negli anni ’70 in Italia, quando la ragion di Stato andava a braccetto con la strategia della tensione).
La paura gioca la sua partita nei suoi spazi, conclude Bauman prima di ospitare i contributi di illustri studiosi sul tema: sono i luoghi metropolitani dove milioni di vite si intrecciano e si sfiorano, dove siamo messi costantemente a stretto contatto con individui diversissimi tra loro e da noi, provando una malcelata sensazione smarrimento e insicurezza. Le nostre città pullulano di divieti, di barriere, di “spazi d’interdizione” attraverso i quali dividere i buoni, ovvero i “socialmente accettabili” dai cattivi potenziali. L’Autorità impone la sua logica securitaria, variante parossistica del sacrosanto diritto alla sicurezza, per segregare e dividere in tempo di “paura” e garantire il mantenimento di un sufficiente livello di coesione sociale, a discapito della naturale attitudine degli individui alla condivisione ed alla relazione. La paura rende più identificabile il soggetto, ma non per rafforzarlo, bensì per inibirlo, farlo ripiegare su se stesso come un fiore appassito.
Prima di ospitare i contributi di altri illustri studiosi sul tema, alla fine di questo percorso “dantesco” Bauman indica una via d’uscita: l’affermazione dei diritti, politici, sociali, personali, una lotta che fa proseliti senza sosta, l’unico orizzonte in grado di farci guardare tutti verso la stessa direzione, l’anelito e il collante che accomunano chi, oggi, sta pagando un caro prezzo ai “fabbricanti“ di paura.

redazioneIconfronti

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