Il sole dell’avvenire? No, è la notte

Il sole dell’avvenire? No, è la notte
di Giuliano Aluffi
Lo scrittore Valerio Evangelisti
Lo scrittore Valerio Evangelisti

(da “la Repubblica”) Se un bracciante socialista della Romagna di fine Ottocento si materializzasse in mezzo a noi oggi, e, notato un movimento di piazza, per istinto si mischiasse ai manifestanti, avrebbe una sorpresa fatale nel trovarsi in mezzo ad una protesta di ultras di qualche squadra di calcio, o in un sit-in che attacca i giudici per difendere un magnate, o in un comizio-spettacolo di comici prestati alla politica, o in un tumulto di piccoli imprenditori e camioneros in protesta antifiscale. “La piazza non è più la piazza”, dice Valerio Evangelisti, che è tra i nostri narratori più seguiti in Italia e all’estero, dove è tradotto in decine di lingue. “La piazza è diventata mimetica e può contenere di tutto: è un semplice collettore separato dall’anima cittadina e non ha più alcuna funzione nella gestazione delle idee. Un tempo invece era luogo di socializzazione, ospitava capannelli in cui si discuteva animatamente del domani, era veramente il cuore della città, e lì maturavano anche le idee collettive”. Evangelisti ricostruisce nel suo nuovo romanzo “Il sole dell’avvenire” (Mondadori) quell’epoca in cui, proprio dai movimenti di piazza, nacque l’Italia moderna: l’ultimo quarto dell’Ottocento e le prometeiche scintille di progresso civile scaturite dall’agire dei movimenti di ispirazione garibaldina, socialista e internazionalista.

Cosa rimane oggi delle lotte e dei sacrifici dei socialisti italiani, romagnoli soprattutto, tra il 1875 e il 1900?

“C’è un’eredità materiale evidente che è la trasformazione economica di questa regione. Però nell’indole della gente tutto quel patrimonio è svanito. Il sole dell’avvenire presuppone che si creda in un futuro diverso dalla realtà odierna, ma se ciò non succede finisce la spinta ideale. Il romagnolo di oggi non ha più molto in comune con quello di allora, salvo forse una certa concretezza. Ma è tutto lì”.

Cosa ha cambiato gli italiani?

“L’idea pasoliniana del consumismo corruttore di anime scopre un nervo, ma non spiega tutto. Non è vero che uno, solo perché povero, sia anche automaticamente idealista. Piuttosto, viviamo tra le macerie di un crollo culturale mondiale che ci impedisce di pensare a un avvenire diverso, per cui ci si rassegna a quello che si è. Nessuno vede più la storia come un insieme di grandi forze che confliggono. Il nostro sguardo si ferma all’epifenomeno: la tale strage, il tale episodio, il tale misfatto. Ma ridotta così, la storia diventa impugnabile da chiunque per legittimare qualsiasi discorso di qualunque colore. Si è persa la capacità di vedere oltre non solo in senso storico ma anche sociale: è venuto meno lo humus dato dalla mentalità collettiva”.

Eppure anche oggi ci sono lotte e rivendicazioni. Che differenze ci sono?

“Nessuno si sente più parte di un tutto, cosa che invece riusciva a gente che viveva in condizioni molto difficili. Guardi cosa è accaduto in certe zone d’Italia, ad esempio a Cerignola: Di Vittorio nel dopoguerra riuscì a fare sentire i braccianti pugliesi come parte di un tutto e spingerli a lottare per sé e per gli altri. Oggi invece in quello e in altri luoghi è tornato il caporalato: si sono fatti molti passi indietro”.

Cosa contraddistingueva quella Romagna che lei racconta attraverso le vicende di un bracciante ex garibaldino e di sua moglie, figlia di mezzadri?

“Un’umanità molto forte e una rissosità di fondo. I socialisti rivoluzionari romagnoli si chiamavano rivoluzionari, ma poi non attuavano nulla del genere: parlavano di insurrezioni, magari si lasciavano scappare un “Tajem la testa ai sciur!”, ma nel frattempo si facevano in quattro per procurare lavoro ai disperati. Erano un po’ gli antesignani del massimalismo, che sarebbe venuto dopo. Resta il fatto che la Romagna, è stata la vera culla del socialismo italiano. E non c’è mai stata in nessun’altra parte di Europa una partecipazione così compatta alla vita politica. A vantaggio innanzitutto del partito repubblicano, ma poi anche dei socialisti. E da ultimo devo dire anche i peggiori fascisti”.

Partecipazione e sacrificio. È questo che la politica oggi non riesce più a chiedere?

“In quel periodo c’era anche una spinta che veniva da uomini disposti a sacrificare tutto per le loro convinzioni. Non a caso alcuni dei miei personaggi, come Canzio, il figlio di Attilio, vanno a combattere per la libertà dei greci, proprio come fecero molti italiani. Pensi alla differenza con oggi. Chi andrebbe oggi a combattere come volontario in Darfur o altrove? È molto più facile che qualcuno vada a fare il mercenario in qualche guerra d’oppressione!”

La parola socialista in Italia ha avuto alterne fortune e soprattutto dopo Craxi e Tangentopoli è quasi scomparsa.

“Per dare un’idea di come ormai il cinismo sia merce comune: conosco dei socialisti di una certa età che mi hanno raccontato che una volta tra di loro erano soliti battersi sulla giacca per saggiare la grossezza del portafoglio e smascherare i traditori della causa: il socialista, infatti, doveva essere anche povero! Oggi un gesto come quello sarebbe considerato folle”.

Ma non erano solo idealisti, era gente molto pratica. Come riuscivano a conciliare questi due aspetti della politica?

“C’era una spinta al fare che coinvolgeva gente semplice, portandola a vivere grandi avventure di cui magari nessuno comprendeva interamente la portata. Come la straordinaria bonifica delle paludi di Ostia iniziata nel 1884, a cui dedico vari capitoli del mio libro. A proposito, mi permetto di rimproverare ad Antonio Pennacchi di aver parlato, nel suo Canale Mussolini, di quelle bonifiche senza citare ciò che era avvenuto 50 anni prima. Fu un’operazione gigantesca, che però i miei protagonisti non vivono come se fossero dei titani, ma come gente che aveva bisogno di lavorare e lo faceva a costo di tantissime fatiche e sofferenze, e a volte pagando anche con la morte – perché erano bonifiche fatte a mano. La mia gente le affrontava con uno spirito che non era né di rassegnazione né di esaltazione, ma uno spirito da gente che vuole darsi da fare”.

Braccianti e contadini sono classi che storicamente sono state più “narrate” che “narranti”. Che tipo di responsabilità si è sentito addosso, nel dar loro voce?

“Di farli apparire il più umani possibile. Si trattava chiaramente di gente ignorante e poveri diavoli, che però avevano una gran voglia di istruirsi. Del resto quando questa gente cominciò a organizzarsi, in Romagna, le sedi delle loro organizzazioni non erano solo circoli politici o sindacali: spesso c’era una biblioteca, e maestri elementari – che ebbero una funzione fondamentale, e ne parlerò nel romanzo successivo. Socialisti e repubblicani hanno avuto un ruolo decisivo nell’emancipazione di masse analfabete che vivevano in un universo a sé, interamente confinato nel dialetto”.

(da La Repubblica, 2 dicembre 2013)

redazioneIconfronti

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