Le profonde verità del cuore

Le profonde verità del cuore
di Michele Santangelo

cf4d07138ccd7b2e00d844e525c2ae86_LQuesta XXII domenica del tempo ordinario, ha al centro della riflessione sulla parola di Dio, la situazione affatto tranquilla tra Gesù e il popolo che spesso veniva a contatto con Lui, quello dei farisei e, come è raccontato nel brano di vangelo di Marco, “alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme”, come dire la società bene di quel tempo; non tutta chiaramente, perché anche allora in mezzo a questa vi erano le persone per bene, oneste intellettualmente e praticamente. Si tratta di quella parte, saldamente arroccata su un perbenismo di facciata, conseguito attraverso un’osservanza puramente esteriore delle ritualità imposte dalla legge ebraica; essa accorreva dove predicava Gesù non tanto perché mossa dal desiderio di ascoltare parole nuove, insegnamenti di vita, ma quasi indispettita dal fatto, che uno qualunque, “il figlio di un falegname” di Nazareth, si permetteva di mettere in discussione le loro certezze con un linguaggio che scavava nel profondo, che turbava le loro coscienze adagiate sulla convinzione che bastasse osservare il sabato per mettersi apposto davanti agli uomini e anche a Dio, presentarsi a mensa dopo aver fatto le abluzioni rituali per sentirsi purificati fin dentro al cuore. Erano impressionati, al contrario, che i discepoli di Gesù assumessero cibo con “mani impure”, rimanendo ininfluente che essi avessero fatto una chiara scelta di campo, quella di seguire Gesù, preoccupandosi di ascoltarne gli insegnamenti che tendevano a trasformare l’uomo fin dal proprio intimo. Gesù, del resto, era uno che le cose non le mandava a dire e alle loro domande capziose misurate sull’adesione o meno a banali prescrizioni, metteva innanzitutto a nudo le loro cattive intenzioni: “Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.  Infatti, anche i profeti del Vecchio Testamento dovevano spesso misurarsi più o meno con lo stesso problema: il popolo era portato ad eludere i comandamenti del Signore, magari adattandoli a proprio uso e consumo, per cui era necessario richiamare alla necessità di osservarli i comandamenti di Dio senza aggiungere o togliere nulla, ricordando alla fine che un’osservanza fedele della legge del Signore era anche un segno di intelligenza e di saper vivere bene: gli altri popoli avrebbero esclamato: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Si può essere perfetti esteriormente, ma ciò che conta è quello che si ha nel cuore.  Nella tentazione di costruirsi una religione a proprio uso e consumo possono cadere tutti, anche gli uomini  di chiesa, cercando di costruire una religione di comodo, che annuisce ai desideri degli uomini senza guardarli alla luce della parola di Dio che poi è la sola capace di salvarlo l’uomo anche dal punto di vista puramente umano. È la ricchezza interiore che nobilita, arricchisce, e indirizza su strade giuste anche gli atteggiamenti esteriori. Gesù dice con molta chiarezza che ciò che rende impuro l’uomo è quanto proviene dal suo animo. Infatti “dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». L’ insegnamento di Gesù cade proprio a proposito di questi tempi e specialmente nel nostro amato meridione dove dappertutto si celebrano le feste religiose che finiscono molto spesso per avere ben poco di  religioso, quasi sempre a confine con manifestazioni paganeggianti che anziché rendere più autentica la vita cristiana, la riducono solo ad inutili se non dannose esteriorità. Una riflessione corale di tutte le comunità sarebbe più che opportuna, come per la verità ha già fatto la Conferenza Episcopale Campana, per riportare il tutto nell’alveo di una religiosità coerente che abbia un riflesso oltre che sull’oggetto della fede e sulla vita pratica a qualunque livello, per porre un argine alla corruzione dilagante e a tutte quelle cose che, come ci ha ricordato Gesù, procedono da un cuore guasto interiormente che evita il confronto serrato con la parola di Dio.

 

 

 

 

 

 

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