Ven. Ago 23rd, 2019

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Le radici del teatro

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di Pasquale De Cristofaro
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Dal grande Gustavo Modena presero le mosse due tra gli attori italiani più grandi prima che esplodesse la poetica del naturalismo anche nelle pratiche della recitazione: Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi. In continuità col maestro entrambi elaborarono una definitiva distanza da una recitazione ancora legata ai tradizionali formulari portando in scena ”tipi”, intesi come creazioni autonome dell’attore. Non più, dunque, un’interpretazione convenzionale del “personaggio” e neanche una precisa identità psicologica come l’intenderà successivamente la poetica naturalistica ma la “parte” viene concepita dai due Dioscuri delle scene italiane come una cosa complessa che travalicando la sua dimensione particolare si fa emblema di valori e ideali universali. In scena, essi portarono caratteri astratti; il “tipo” realizzava, cioè, una sintesi dialettica tra la tesi che era rappresentata dall’attore (reale), l’antitesi che era il personaggio (artificiale) e la sintesi, costituita dal “tipo” (misto di reale e artificiale). Insomma, la loro interpretazione era costituita dal prodotto tra l’identità psicologica dell’attore e la sua capacità di guardare all’uomo come ideal-tipo. Se questo è vero, gli attori dovevano per forza di cosa elaborare uno stile d’artista che li rendeva capace di sopraelevarsi rispetto al più ordinario mestiere. Ferdinando Taviani, grandissimo storico del teatro, a tale proposito, parlerà giustamente della “poesia” del grande attore. Attori dallo stile alto che riuscivano a coniugare concretezza e astrattezza, quotidiano e sublime in un equilibrio così raro e, al tempo stesso, capaci di instaurare un rapporto fortemente empatico col pubblico che seguiva le loro interpretazioni con una adesione quasi ipnotica. Nonostante ciò, la loro grandezza seppe anche registrare le inevitabili modifiche che nel frattempo anche nella loro arte, si imponevano. L’egemonia naturalistica che impose anche sulle scene il vero, non li spiazzò del tutto. Seppero rimodulare con sapienza la loro arte senza mai appiattirla completamente sui nuovi canoni estetici. Addirittura, Tommaso Salvini nel 1912, assistendo ad una recita di Petrolini a Firenze, avrà parole entusiastiche per il giovane attore romano che in qualche modo faceva piazza pulita anche dell’arte attorica più recente. Questo il suo commento: “ Mi avete divertito come a teatro non mi accadeva più da anni. Quando si riesce, come voi riuscite, a far di tutto materia di comicità e a esprimere in così poche parole e in così sommari atteggiamenti un tipo, una categoria, una classe sociale, e a raggiungere tanta esasperazione di caricatura, si è un artista eccezionale, e sicuramente il più moderno che l’Italia oggi possiede”. Tanto di cappello ad un artista che fu grande e che alla fine della sua carriera ebbe così tanto entusiasmo e straordinaria coscienza del valore di un artista più giovane. In Petrolini, Salvini intuì che se anche tra loro la distanza fosse tanta entrambi avevano scelto di lavorare su una creazione scenica autonoma che andasse ben al di là d’ogni logica e coerenza narrativa e psicologica. Un teatro, insomma, ancora una volta ricondotto alla sua più autentica radice astratta e paradossale.

 

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