Le storie / Cambiare verso, ma verso l’alto

Le storie / Cambiare verso, ma verso l’alto
di Alfonso Conte
Pier Giorgio Frassati
Pier Giorgio Frassati

Domenica scorsa, nello splendido oratorio del Rosario attiguo alla chiesa di san Domenico a Salerno, è stata presentata la mostra inaugurata nella scorsa primavera presso l’Università Lateranense di Roma, intitolata Verso l’alto e dedicata al beato Pier Giorgio Frassati. Un evento a dimensione parrocchiale, pressoché passato inosservato, ma di grande qualità, che ha avuto il merito di (tentare di) ripresentare la figura del giovane piemontese innamorato di Dio, di montagne e di vita attiva. Tra le tante immagini e didascalie, una frase mi ha colpito, tratta da una lettera scritta nel novembre 1922 ad un amico, nella quale l’allora ventunenne Frassati commentava l’intervento alla Camera di Mussolini di qualche giorno prima, alla vigilia di quel voto di fiducia che gli avrebbe spianato la strada per il successivo ventennio. Tale discorso è a molti noto soprattutto grazie ad un’espressione ivi contenuta e più volte riportata: “potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Un discorso il quale, molto prima della svolta autoritaria del 1925, già rivelava i sentimenti del duce del fascismo verso le istituzioni parlamentari ed i valori democratici, preannunciando un programma destinato ad essere attuato di lì a poco ed a meritare, almeno in quella fase iniziale, il voto favorevole anche dei deputati appartenenti al Partito Popolare, ossia al partito di ispirazione cattolica fondato qualche anno prima da Sturzo.

Frassati scrisse: “ho dato uno sguardo al discorso di Mussolini e tutto il sangue ribolliva nelle mie vene: credi, sono stato proprio deluso dal contegno dei popolari. Dove il bel programma, dove la fede che anima i nostri uomini? Purtroppo quando si tratta di salire per gli onori del mondo gli uomini calpestano la propria coscienza”. Inutile dire che si tratta di parole le quali, da allora fino ai nostri giorni, tante altre volte si sarebbero potute ripetere in riferimento ai cattolici impegnati nella vita pubblica: dov’era la nostra fede quando si è consentito per un ventennio di abolire la libertà, quando pezzi significativi del partito scudocrociato al governo hanno vilipeso la democrazia elevando il clientelismo a prassi consuetudinaria, quando in nome della rivoluzione liberale si liquidava il tradizionale patrimonio di valori per salutare il trionfo del materialismo più volgare? Dov’è la nostra fede quando consentiamo che manifestazioni religiose diventino occasione per omaggi a boss malavitosi o, nel migliore dei casi, passerelle per amministratori rampanti? Ed, evidentemente, non può essere sufficiente rispondere ricordando che in tanti altri casi, quando essa è stata incarnata da uomini come Alcide De Gasperi o tanti altri meno noti, i risultati sono stati straordinari. Oppure che, anche nei periodi più bui, essa continuava ad animare attività sociali improntate alla solidarietà verso gli ultimi. Oppure che, di fronte agli inevitabili compromessi connessi alla militanza politica, quella religiosa fu scelta obbligata e la sagrestia rifugio sicuro.

Nel Mezzogiorno, in particolare, i ripetuti appelli e documenti dei vescovi meridionali dovrebbero almeno far arrossire il volto ai laici impegnati in politica, i quali sia a destra sia a sinistra disattendono sistematicamente gli inviti a mobilitarsi per la rigenerazione della vita pubblica, essendo troppo spesso disponibili a calpestare le proprie coscienze pur di apparire sullo sfondo del potente di turno, a condividerne acriticamente atteggiamenti e toni pur di raccogliere qualche briciola caduta dal tavolo. E ciò mentre nel resto del Paese Matteo Renzi, tra mille incertezze e contraddizioni, prova a sperimentare la difficoltà di essere nel mondo senza essere del mondo. Anzi, in molti casi, proprio in nome di Renzi, si puntellano posizioni le quali nulla hanno in comune con metodi e programma di rinnovamento dell’ex sindaco di Firenze. Avremmo bisogno di giovani ai quali, come Frassati nel 1922, ribolle il sangue nelle vene ad assistere a tali spettacoli, senza paura di sporcarsi le mani e con la voglia di interrogarsi su come la propria fede può tornare ad essere lievito e sale di comunità allo sbando. Giovani del tutto diversi dai soliti “cattolici da salotto”, come li ha definiti papa Francesco, formalmente impeccabili nei loro vestiti buoni per ogni occasione, troppo tiepidi e ben educati per rompere radicalmente con schemi conformisti e potentati consolidati.

redazioneIconfronti

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