Le svolte / L’ateneo di Salerno è il primo del Sud

Le svolte / L’ateneo di Salerno è il primo del Sud
di Antonio Santoro *
Antonio Santoro
Antonio Santoro

L’Università degli Studi di Salerno si piazza al ventitreesimo posto nella prestigiosa ed annuale classifica stilata dal Sole 24 Ore sulle università italiane, risultando la prima del Sud Italia. Un traguardo di grande importanza, che genera un fortissimo entusiasmo e che, di certo, fa bene all’intera comunità. 
Una soddisfazione del tutto giustificata, soprattutto alla luce di due dati di fatto. In primo luogo, in qualsiasi campo, i risultati positivi non sono mai il frutto del caso, anzi sono spesso il prodotto di scelte lungimiranti, in molti casi coraggiose, e di un duro lavoro compiuto per sostenerle fino in fondo, senza lesinare sacrificio alcuno. In secondo luogo, negli ultimi anni, l’Università di Salerno non ha avuto alcun trattamento di favore o “spinta”, sia a livello nazionale, sia, e tristemente soprattutto, a livello regionale e locale. 
Un riconoscimento, più che un traguardo, che ha il dovere di rappresentare un ulteriore stimolo e sprone a competere con maggiore consapevolezza con gli altri atenei del Nord Italia e, perché no, del resto d’Europa. Ma, che, d’altro canto, non deve indurci a parziali analisi affette ab origine da miope campanilismo di sorta. Oltre all’ottimo piazzamento dell’Ateneo salernitano, le classifiche mostrano in maniera inequivocabile lo stato di sofferenza delle università del Mezzogiorno, che occupano quasi tutte le ultime posizioni del ranking. 
Un quadro disastroso che è già stato ripetutamente denunciato da chi scrive e da molte organizzazioni studentesche ed universitarie, e che appare ancora più drammatico se si considera il pessimo risultato delle università delle città più importanti del Sud Italia, Napoli, Bari e Palermo, che occupano ben cinque delle ultime sei posizioni della classifica: le sorti e il futuro di una Nazione, o di una sua parte, sono inesorabilmente speculari rispetto a quelle delle sue capitali.
In aggiunta, merita particolare attenzione una riflessione sulle classifiche “parziali”, cioè quelle sui vari aspetti del mondo accademico, che in aggregato compongono la generale. Ebbene, le Università del Sud ottengono i punteggi più penalizzanti in tutti quegli ambiti in cui la responsabilità delle criticità non sono univoche, ma, chiaramente, estese ad un contesto sistemico. Tre esempi: borse di studio, di cui la competenza è regionale (a proposito, gli atenei campani sono sempre tristemente ultimi in fatto di diritto allo studio); occupazione, parametro evidentemente che risente del contesto di appartenenza territoriale; fondi esterni, cioè la capacità di intercettare ulteriori fonti di finanziamento, vera utopia in alcune realtà meridionali. Insomma, un’analisi che, più che un’attenuante, è una vera e propria beffa.
 Alla luce di queste considerazioni, il risultato dell’Università di Salerno assume due toni del tutto contrastanti: da una parte ci si rende conto di quanto il lavoro sia stato duro e di quanto sia giusto e doveroso esaltarne i meriti; dall’altra, è chiarissimo che sforzi così importanti rischiano di essere inghiottiti da un contesto sfavorevole: a cosa serve vincere la guerra dei poveri? Se poi si pensa che queste classifiche servono, soprattutto, ad orientare i giovani nella scelta dell’ateneo, per quanto tempo Salerno potrà reggere contro il trend di fuga verso il Nord? Infine, ci si rende conto che senza gli svantaggi “ambientali”, il risultato sarebbe ancor più straordinario? 
Oltre a quanto fatto finora, quindi, ci sono nuove sfide da cogliere per la prima Università del Mezzogiorno: il dovere di essere un faro per le altre realtà meridionali, di mostrare il proprio modello di crescita all’esterno, di investire risorse ed energie per ottenere i fondi europei di Horizon 2020, di aprirsi verso i Paesi del Mediterraneo e di sentire la responsabilità di contribuire al miglioramento del sistema universitario italiano.
Una volta qualcuno disse che se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi. Si potrebbe aggiungere che i pochi dovrebbero unirsi per cercare di cambiare le cose: uno spirito di unione di intenti e di mezzi che purtroppo ancora oggi latita al Sud, ma che sembra sempre più imprescindibile.

* 
consigliere nazionale degli studenti universitari

 

redazioneIconfronti

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