Le toghe diventano stracci e volano: Ingroia attacca Grasso

Le toghe diventano stracci e volano: Ingroia attacca Grasso

Salita o discesa in campo politico che sia, Antonio Ingroia (foto) è ora il quarto candidato premier in vista delle elezioni politiche del febbraio 2013. Prima di lui hanno fatto lo stesso annuncio il vincitore delle primarie del centrosinistra Pierluigi Bersani, candidato di Pd e Sel; l’ex premier Silvio Berlusconi che è candidato premier dal Pdl ed è in cerca anche del sostegno della Lega; il premier dimissionario Mario Monti, candidato da Udc, Fli e dalle altre forze politiche e della società civile che sostengono la cosiddetta agenda Monti. Manca al momento, dunque, solo il candidato premier del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Sempre che Roberto Maroni accetti di collegare il simbolo del Carroccio ancora una volta a Silvio Berlusconi e non preferisca invece correre da sola con un proprio candidato premier di bandiera. Decisione che non dovrebbe tardare arrivare. Oggi stesso potrebbe tenersi l’atteso incontro fra Berlusconi e Maroni, decisivo ai fini delle candidature alla guida dei Governi della Lombardia e nazionale. Antonio Ingroia si candida premier alla guida di una lista a suo nome per la «rivoluzione civile»: è questo il motto che compare sul simbolo presentato oggi alla stampa e che sovrasta il nome dell’ex procuratore aggiunto di Palermo e un disegno che richiama il popolo del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. La Lista Ingroia è «alternativa al berlusconismo e al montismo» e il magistrato ha a lungo polemizzato anche con il Pd, reo di aver dimenticato le proprie «radici», che lui identifica nei nomi simbolo di Pio La Torre ed Enrico Berlinguer. «Le liste sono ancora un cantiere aperto», ha precisato il neoleader, che ha ammesso di non avere ancora raggiunto l’accordo con l’ala movimentista, legata alle battaglie dei referendum su acqua e nucleare, raccolta nell’appello “Cambiare si può” dell’altro ex magistrato Livio Pepino e del sociologo Marco Revelli. Ma l’accordo con i partiti (Idv, Rifondazione, Pdci, Verdi e gli arancioni di Luigi de Magistris ma non quelli di Giuliano Pisapia, schierato col Pd) c’è ed è blindato, a giudicare dalla risposta che Ingroia ha fornito a una domanda sulla presenza dei leader in lista: «Sarebbe una mortificazione superflua – ha affermato – pretendere che i partiti che partecipano a questa nuova realtà debbano rinunciare ai propri leader».
Nel motivare il suo personale ingresso nell’agone politico, Ingroia ha parlato di «continuità» con il suo impegno da magistrato: «Quando giurai fedeltà alla Costituzione mai avrei pensato che l’avrei servita fuori dalle aule di giustizia. Ma siamo in una emergenza democratica dovuta allo strapotere dei sistemi criminali e all’insufficienza, all’inadeguatezza della politica. La strada della verità sulla stagione più buia del nostro Paese – ha aggiunto alludendo alle sue inchieste sui rapporti fra mafia e politica – è stata sbarrata in sede politica e occorre entrare in politica per riprendere quella strada». Tra i nomi forti della società civile che Ingroia ha citato come suoi candidati o simpatizzanti, oltre a Salvatore Borsellino (che però non ha ancora accettato il posto in lista), ci sono l’ambientalista milanese Milly Moratti, Gabriella Stramaccioni del network delle associazioni antimafia Libera, Flavio Lotti della Tavola della pace, Franco La Torre, figlio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre, assassinato dalla mafia il 30 aprile del 1982. Proprio sulla figura di La Torre e sull’atteggiamento nella lotta alla mafia Ingroia ha incardinato la sua polemica con Piero Grasso, «procuratore antimafia scelto da Berlusconi» e con il Pd: «Chi porta l’eredità di Pio La Torre e di Enrico Berlinguer dovrebbe ricordarsi che la questione morale e la lotta alla mafia sono una priorità della politica». Ingroia ha smentito Bersani, ironizzando sulla sua risposta all’appello al confronto lanciato dall’ex pm nell’assemblea del 21 dicembre: «Ha detto che non risponde ad appelli pubblici, ma se consulta il suo telefonino scopre che l’ho cercato…», ha raccontato, precisando comunque di essere pur sempre «pronto al confronto purché il Pd sposi una politica di autentica riforma e non di conservazione come ha fatto sostenendo il governo Monti». In ogni caso, ha aggiunto, «non ci sto a prendere schiaffoni in faccia da nessuno». Molto più morbido il messaggio indirizzato a Beppe Grillo: «Non siamo la maschera per una operazione trasformistica. La porta è aperta, apriamo un confronto serio, valutiamo quali opportunità ci sono per dare una sterzata al governo di questo Paese». Sì, perché l’ambizione, almeno quella dichiarata, «è di estendere il modello dei sindaci Leoluca Orlando e Luigi de Magistris» che a Napoli e Palermo hanno conquistato il palazzo di città. «E noi – ha chiosato – puntiamo a palazzo Chigi».

m.amelia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *