Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Cafoni si nasce

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di Corradino Pellecchia
di Corradino Pellecchia

toto_armando_arpajaDa qualche tempo spopola sul web un imperdibile show del sindaco Vincenzo De Luca che sponsorizza da un’emittente televisiva locale la “campagna cafoni zero”, mostrando il comportamento incivile di alcuni cittadini. E sul significato del termine “cafone” si è aperto un ampio dibattito che ha preso spunto dall’articolo di Andrea Manzi, pubblicato su Cronache del Salernitano e sul blog IConfronti.
Manzi sposa la tesi che il termine “cafone” indicherebbe “il signore della stalla” o il “padrone degli armenti”, per cui cafone non sarebbe il rozzo e ottuso, ma con ogni probabilità proprio il “signore” che lo accusa di essere tale. Il professore Marcello Ravveduto parte dalla ricostruzione linguistica proposta dal direttore de IConfronti per spiegare che il declino nazionale è dovuta proprio alla presa del potere da parte dei cafoni. Il regista Pasquale De Cristofaro si chiede, poi, se il vero cafone sia il “capo”, il “manovratore”, che forte del consenso elettorale intende le istituzioni come cosa sua, mal tollerando gli oppositori (cafoni), che ha espropriato dei loro diritti di cittadinanza, o chi nonostante tutto ha cercato e cerca di continuare a dire la sua opinione fuori dal gregge. La risposta sembra scontata, eppure…
Spesso si identifica il cafone con il maleducato, ma non tutti i maleducati sono cafoni. Teofrasto diceva che “la cafoneria parrebbe essere inciviltà garbata” ed elenca un vasto repertorio di cafonerie: da chi va in assemblea dopo aver bevuto, porta scarpe più grandi dei suoi piedi e parla ad alta voce, a chi si mette a sedere tirando la veste sopra il ginocchio, così che si intravedono i genitali, a chi mentre fa colazione, getta lo strame agli animali da tiro e così via.
Il maleducato ignora le regole del vivere civile, le norme della buona educazione; la cafonaggine invece è un fenomeno sottoculturale, è un modo di essere, uno stile di vita. È cafone chi non fa la raccolta differenziata, chi lascia i sacchetti dell’immondizia per strada, chi non fa la fila, chi lascia la macchina in divieto di sosta, chi non spegne il telefonino a teatro, al cinema, ad un concerto – mentre ascoltavo la messa è squillato il telefonino al sacerdote; forse era il Padreterno che si voleva complimentare per la predica – chi non raccoglie gli escrementi del cane, chi imbratta muri e portoni, chi fa violenza all’arredo urbano, chi lascia per strada sedie, poltrone, mobili, televisori, lavatrici, chi disturba la quiete pubblica in piena notte, ecc., ecc.
Esiste anche il cafone digitale, il troll, colui che disturba nei blog e nei forum senza alcuna ragione, con lo scopo di far perdere la pazienza agli utenti che gli rispondono a tono ingenerando una discussione senza giungere ad alcuna conclusione.
Ieri il cafone era una persona non scolarizzata, semplice, umile e dotata di buon senso: “La nostra scarsa istruzione ci impediva di capire come l’acqua potesse essere divisa in due porzioni di tre quarti ciascuna. Nessuno di noi aveva sufficiente istruzione per sciogliere quell’imbroglio, perché, all’infuori della scrittura della propria firma, poc’altro ci era stato insegnato” (Silone, Fontanamara). “Cafoni” sono anche i protagonisti degli scritti di Rocco Scotellaro che ne rivendica i diritti, quegli stessi che il generale Enrico Cialdini, inviato da Vittorio Emanuele II per combattere il brigantaggio, in una lettera inviata a Cavour, così dipingeva: “Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”.
Il cafone dei nostri giorni è maschilista, sessista, ha il corpo palestrato e tatuato, è chiassoso, esibizionista, arrogante, rozzo nei modi e nel pensiero, insofferente alle regole, che vive di espedienti e insegue la scalata sociale e la tensione al benessere.
I cafoni di oggi somigliano ai Rusteghi di Goldoni o a Tony Pagoda, il protagonista di “Hanno tutti ragione”, il divertente romanzo di Paolo Sorrentino, o ai personaggi trash dei film vacanzieri e dei cinepanettoni.
La parola dell’anno in Cina è “tuhao”, un termine desueto tornato di moda, che indica i giovani pieni di soldi, ma che non hanno cultura. Sono i parvenu, i nouveaux riches, quelli che ostentano la versione in oro 18 carati dell’ultimo modello di iPhone o che si fanno rivestire d’oro la propria Bmw.
Il calciatore Romario ha dato del cafone al mitico Pelè, Cacciari ha chiamato Briatore cafone megagalattico, Briatore ha restituito la definizione al mittente rispondendo che i veri cafoni sono Giovanna Melandri ed il regista Giovanni Veronesi, la cafoneria istituzionale con insulti e urla minacciose, la volgarità ostentata dei “vip”, dei talk show e di alcuni programmi televisivi dove si strepita e si offende l’avversario: è un’escalation di cafoneria.
Max Weber ha scritto che, in una civiltà corrotta e decadente, alla cafonaggine della società corrisponde il “cesarismo” dell’organizzazione politica; proliferano grandi e piccoli ducetti che trattano i cittadini come sudditi, i quali invece di scacciare questi leader cafoni – e qui il paradosso dei nostri tempi malati – si sottomettono come pecore alla volontà del capo.
A proposito, la Cassazione ha stabilito che l’espressione cafone è offensiva in quanto “investe le qualità personali” della persona alla quale viene indirizzata. Ma la stessa Corte ha giudicato lecito e giustificato il dare del cafone nello stressante traffico cittadino, perché “l’ingiuria se provocata da fatto ingiusto merita tutte le attenuanti senza escludere l’assoluzione”.
Ma se il maleducato può essere recuperato modificandone il comportamento abbattendo le ragioni sociali e culturali che hanno portato alla formazione della sua situazione, per il cafone invece non ci sono possibilità perché, come direbbe Totò, “Cafoni si nasce!”.

(I Confronti per Le Cronache del Salernitano)

1 thought on “Cafoni si nasce

  1. Volevo complimentarmi con la redazione de Iconfronti e ringraziarli per dare la possibilità a noi lettori di leggere idee/scuole di pensiero come quelle del MIO caro carissimo prof. Pellecchia e dirgli che nonostante siano passati così tanti anni, nelle sue parole, tra le righe di quelle parole, ricordo quelle lezioni nel tentativo di educarci mentalmente e coscienziosamente, dove OGGI ringrazio Dio per averlo messo sulla mia strada..spero di rincontrarlo tra le strade di Salerno e di parlare con Lui un’altra volta. GRAZIE.

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