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Le voci dei precari della scuola e i loro conti aperti con il lavoro

Le voci dei precari della scuola e i loro conti aperti con il lavoro
di Damocle

Mortificati, stanchi, delusi. Così si sente la maggior parte dei docenti precari in corsa per il Tfa ovvero il tirocinio formativo attivo per reclutare nuovi insegnanti. A margine dell’articolo di Ida Cutolo sui precari della scuola, i commenti, che si susseguono numerosi, sembrano mossi tutti da un solo stato d’animo. A scrivere la loro sono prof che, nella migliore delle ipotesi, salgono in cattedra a settembre e vanno via a giugno, dopo gli scrutini, senza stipendio per l’estate, con l’incertezza di essere confermati l’anno seguente. Si lamentano e contestano.
Santina Russo definisce “aberrante” ciò che accade solo in Italia, dove si fa fare tutto il lavoro da docente ad una persona non “abilitata”, ma che intanto fa lezione, firma registri, boccia e promuove e, se ha l’opportunità, partecipa anche agli esami di Stato. “Un insegnante che ha lavorato per diversi anni nelle scuole – scrive Santina – non viene considerato abilitato, ma se non è abilitato vuol dire che ha svolto questa professione in maniera illegittima? “Assolutamente no!” – è la risposta alla sua domanda retorica. Insomma, il paradosso, secondo i nostri lettori, è che si richiede il “tirocinio” a persone che hanno maturato tanta esperienza che potrebbero affiancare altri aspiranti docenti nel lavoro quotidiano in classe. Senza tener conto, poi, che in base alle normative europee per essere considerato idoneo all’insegnamento bastano tre anni di servizio. Ma l’Italia, in questo, sembra fuori dall’Europa. Salvo, che di contratti con il Ministero dell’Istruzione ne ha firmati 27, lavorando in tutta la penisola, si dice “esausto, stanco” e contesta: “Il controllo del numero di abilitati è logica di puro profitto”. Ed è un numero che in alcuni contesti si tiene basso per forza di cose. Un bluff, secondo Santina Russo, che scrive che molti candidati non riescono a superare la prova e che alcuni corsi, non essendoci corsisti ammessi, neanche sono attivati. Contesta la tipologia delle domande anche Daniela Gardiol, sottolineando che i test preliminari del Tfa vertono sulla sola preparazione disciplinare, mentre chi sta in cattedra tutto l’anno, anche se non di ruolo, sa benissimo che serve molto altro oltre alla preparazione. La nostra lettrice, infatti, scrive: “un docente deve “imparare a stare in classe”, ad essere pronto a sostenere anche situazioni difficili e di scontro intellettuale con gli alunni, deve “saper dare la nozione” in base anche alla struttura umanamente eterogenea del gruppo classe”. E non solo, c’è anche tutto un aspetto burocratico di cui tener conto: redigere un verbale di un consiglio di classe, fare uno scrutinio, interagire con i genitori degli alunni. Compiti fondamentali per l’esercizio della professione e a cui i precari storici sono avvezzi, ma che pare non abbiano alcun peso per chi ha escogitato i test. A contestarli è anche un’altra lettrice, che li paragona alle domande dei quiz di Gerry Scotti. “Con la differenza – specifica Daniela – che se partecipi a “Chi vuol essere milionario” puoi davvero sperare di cambiare la vita, mentre per i precari della scuola che partecipano alle prove di selezione del Tfa la prospettiva resta la stessa faticosissima vita di sempre”.
(n.t.)

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