Sab. Lug 20th, 2019

I Confronti

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L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/1

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di Silvia Siniscalchi


Agricoltura

Nel corso del XX secolo il territorio di Cava de’ Tirreni presenta dal punto di vista economico un carattere prevalentemente silvo-agrario, con relativo sviluppo di industrie strettamente legate all’agricoltura locale (Cuoco, 1964, p. 8). Il carattere generale prevalente del territorio è montano, con sviluppo storico-economico silvo-agrario e commerciale. Di qui la consistenza, nei primi decenni del XIX secolo, di aree silvane e boschive che comprimono il terreno coltivabile, la cui estensione risulta inferiore rispetto alle zone limitrofe[1]. Tale caratteristica si presenta più o meno costante sino alla prima metà del secolo successivo: dopo la seconda guerra mondiale, con una superficie territoriale produttiva di 3.426 ha su complessivi 3.646 ha (e un relativo incremento del 62% circa rispetto ai 2.126,523 ha della prima metà del XIX secolo), il rapporto fra territorio agricolo e boschivo del comune non rivela grandi scarti (in alcuni casi vede anzi prevalere il secondo), determinando un elemento di diversità del paesaggio agrario locale rispetto a quello di altre aree meridionali.

Nella seconda metà del Novecento, secondo un trend consolidatosi negli anni precedenti, l’agricoltura di Cava si presenta tipicamente intensiva, con un razionale sfruttamento della terra e un largo impiego delle famiglie coloniche nei lavori agricoli delle proprie aziende, accompagnato – quando possibile – dall’allevamento di bestiame da reddito a tipo stallino (Cuoco, 1964, p. 8). Viene praticato l’investimento dei terreni a colture ortive (in prevalenza patate e pomodoro), cerealicole, arboree (vite, olivo, ecc.), ma la più sviluppata è la coltura del tabacco e la conseguente pratica del suo essiccamento. Colture, queste, che assorbono il maggior numero di giornate lavorative, tali da soddisfare le esigenze di lavoro dell’intera famiglia colonica anche su modeste entità poderali. Cava è anche sede della Manifattura tabacchi per la produzione di sigari e in tale Opificio trovano lavoro circa 500 operai. Una produzione, a suo tempo, incoraggiata dal governo francese con la legge dell’ottobre 1810, che esortava i coloni di Terra di Lavoro e del Salernitano alla coltura dell’«erbasanta» [2]. Sviluppata è pure l’industria boschiva, che assume mano d’opera avventizia e giornaliera per il taglio periodico dei boschi.

Il patrimonio boschivo di Cava, costituito in prevalenza da querce, aceri, olmi, frassini e castagni, come la maggior parte delle aree dell’intera provincia, nei secoli precedenti, aveva indirizzato l’attività dei cavesi al commercio del legname e, ancora alla fine del XVIII secolo, rappresentava ancora il maggior prodotto della città[3]. Il legname trovava larga applicazione nelle tintorie e “faenzere”, oltre che servire per uso comune, e la facile reperibilità sul territorio comunale di alberi di castagno consentiva un impiego assai diffuso di questa qualità di legno. Le partite eccedenti permettevano proficue operazioni commerciali agli operatori locali, con esportazioni di gran quantità di merce verso la Sicilia, a Genova, a Marsiglia, fino a Cadice. Una non trascurabile fascia del territorio locale era rappresentata, altresì, da ulteriori aree non ancora sfruttate o sfruttabili, spesso a causa della natura ostile del terreno, ossia i boschi misti i terreni incolti e una montagna sterile, per un totale di 156,728ha pari al 7%. Anche i demani comunali, costituiti da due partite di circa 73,5 ha l’una, poste nelle località “Diecimari” (o “Diecimale”)[4] e S. Angelo, venivano utilizzati solo per il pascolo o per la fornitura del legname, trattandosi di terreni totalmente incolti.

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[1] Foscari, 1990, p. 17. Lo stesso autore aggiunge che alle aree non coltivate o non coltivabili faceva riscontro la parte fertile (circa il 27% dell’estensione totale), in cui trovavano spazio le colture specializzate che certamente testimoniano uno sfruttamento più moderno e razionale del suolo. Giardini e orti assommavano a circa 50 ha, pari al 2% del totale, mentre i vigneti si estendevano per 121,393 ha, pari al 6% circa, dati che confermano come tali coltivazioni non potevano considerarsi parti irrilevanti della superficie coltivata, anche se, rispetto ai bisogni della società, si rivelavano fonti insufficienti. Nel decennio napoleonico il tradizionale dominio della quercia, dell’olmo, del frassino e del castagno, che costituivano parti essenziali del patrimonio boschivo di Cava, resta tale, sebbene appare contrastato dallo sviluppo raggiunto dal seminativo (4% circa), la cui espansione era probabilmente il frutto di precise esigenze poste dall’incremento demografico. I cereali, nel decennio, costituivano parte non secondaria della civiltà agricola, anche perché la coltivazione del riso, che poteva essere un elemento integrativo, molto diffusa agli inizi dell’Ottocento, fu, di fatto, vietata dal governo francese perché causa di infezione miasmatica e letale alla salute della popolazione delle città. Un ulteriore dato che non va tralasciato nell’evoluzione del paesaggio agrario cavese nel corso del XIX secolo è l’estensione raggiunta dall’arbosto – piantata di alberi vitati accompagnati talvolta da colture promiscue cerealicole o erbacee – pari a 822,473 ha (circa il 10% dell’intero patrimonio fondiario censito dal catasto). Ciò conferma l’uso di terre idonee all’incremento delle colture cerealicole, nell’intento di fornire mezzi più ampi e vari di sussistenza. In realtà, una delle caratteristiche peculiari dell’agricoltura cavese consisteva nella prevalenza dell’arbosto montuoso, che può essere spiegata solo considerando la natura stessa del territorio comunale, che forniva estensioni prevalentemente collinari e montuose.

[2]Il tabacco, pianta di origine centroamericana, fu introdotto in Europa agli inizi del ‘500 ed in Italia nel 1574 da Niccolò Tornabuoni, ministro di Cosimo dei Medici, e per un certo tempo fu denominato «Erba Tornabuona». La diffusione del tabacco in Europa fu ostacolata in vari modi: dalla scomunica ai consumatori minacciata da papa Urbano VII, al taglio del naso ai fiutatori in Russia, alle pene corporali in Turchia, alla condanna alla stregua dell’adulterio in Svizzera. In Gran Bretagna e successivamente in Francia, Italia ed altri paesi vennero applicati dei balzelli che colpirono la produzione ed il consumo del tabacco. Era l’inizio di una politica fiscale a vantaggio della pubblica finanza. La coltivazione a Cava iniziò nel 181 con la produzione di un tabacco da fiuto molto pregiato, l’«Erbasanta». Solo nel 1871 fu autorizzata la coltivazione del tabacco da fumo (Reda). [Nota 15 del testo a cura di P. Siani].

[3] Cfr. Annuario Statistico della Provincia di Salerno per l’anno 1866, Salerno, 1866, p. 286. Il patrimonio boschivo di Cava ammontava nel 1866 a 472 boschi (1495 ettari) su un totale di 5.524 in tutta la provincia. L’estensione dei boschi cavesi appartenenti al comune o ad altri “corpi morali” era di 665 ettari, mentre quelli appartenenti a privati ammontavano a 840 ettari. Essi corrispondevano a poco più del 2% dell’intero patrimonio boschivo della provincia, stimato in 71.069 ettari (ibidem). La presenza dei boschi garantiva una vasta produzione di orni, da cui si raccoglieva la manna (sostanza che si otteneva incidendo i tronchi di frassino). Nel 1819 a Cava vi erano 17 “mannesi” che raccoglievano questa sostanza dolcigna, che si ridussero a 14 nel 1815, per poi scomparire del tutto nel 1820 (Biblioteca Comunale di Cava, classe VII, sez. III, Stati di popolazione, nn. 1288-1291, relativi agli anni 1810-20.

[4] Il toponimo deriva «dalla decima parte dei prodotti che i coloni pagavano per sfruttare la terra» (Apicella, 1964, p. 34).

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