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L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/2

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/2

di Silvia Siniscalchi

Se ai primi del XIX secolo la zona fertile del territorio cavese era costituita da 1086,156 ha (pari al 51% dell’intera superficie locale censita dal catasto provvisorio)[1], negli anni ’60 del Novecento la superficie territoriale produttiva complessiva si ripartisce tra varie categorie di proprietari (Stato, Comune, enti civili, enti ecclesiastici, possidenti privati) in rapporto a diverse qualità di colture dominanti (seminativi e colture legnose specializzate [1.626 ha], bosco [1.585 ha], incolti produttivi [215 ha])[2]. La maggior parte dei terreni è in mano a privati (proprietari di 2.946 ha, di cui 1.588 di seminativi e colture legnose specializzate, 1.345 di bosco e 13 di incolti produttivi), seguiti dal Comune (proprietario di 315 ha, di cui 4 di seminativi e colture legnose specializzate, 111 di bosco, 200 di incolti produttivi), dagli enti ecclesiastici (proprietari di 92 ha, di cui 5 di seminativi e colture legnose specializzate, 86 di bosco, 1 di incolti produttivi) e da quelli civili (proprietari di 70 ha, di cui 26 di seminativi e colture legnose
specializzate, 43 di bosco, 1 di incolti produttivi).

Sono del tutto assenti i boschi d’alto fusto, i pascoli e i prati. L’ampiezza media della proprietà, molto frazionata e composta sia in “corpo unico” che più o meno “frammentata”, vede al primo posto gli enti civili (con 10,00 ha di s.p.c.[3]), al secondo gli enti ecclesiastici (con 2,10 di s.p.c.) e al terzo i singoli proprietari (con 1,15 ha di s.p.c.). La frammentazione delle proprietà fondiarie è diretta conseguenza di un regime ereditario e di consuetudini testamentarie che tendono a dividerle, con risultati antieconomici per la produzione agricola, soprattutto nel caso di ripartizione di proprietà già ridotte. Nelle famiglie solo le donne, in cambio di un indennizzo in denaro, erano talvolta disposte a rinunciare al loro pezzo di fondo in favore dei coeredi maschi. In genere, però, la proprietà, grazie all’applicazione della legge sulla “minima unità colturale”, era quasi sempre adeguata alla forza lavoro della famiglia contadina, alle sue necessità di vita e a una coltivazione conveniente per una produzione agricola buona e vantaggiosa per l’economia generale della città.

Esistono poi limitazioni della proprietà imposte per legge: particolare importanza ha l’applicazione del vincolo forestale. La configurazione oro-idrografica del territorio di Cava, le condizioni di pendenza, di stabilità e la natura dei terreni conducono difatti alla decisione di impedire, nell’interesse pubblico e dell’economia locale, la possibilità di irrazionali trattamenti forestali-agrari-pastorali, mediante la applicazione di speciali vincoli su un’area di 1849 ha, caratterizzata da terreni particolari (calcareo-silicei-argillosi), con pendenze del 30-50%, e divisa in quattro zone di vincolo, in cui si riscontrano zone in parte boscose e in parte disboscate. Lasciare al proprietario la libertà di disporre dei propri fondi “ad libitum” avrebbe potuto portare, con tutta certezza, al disboscamento o all’irrazionale utilizzazione dei fondi stessi, causando con evidente danno pubblico la perdita della loro stabilità, la loro denudazione ed il perturbamento del regime delle acque (Cuoco, 1964, pp. 13-14).

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[1] Dai dati del Catasto Provvisorio di Cava (1813), conservato dall’Archivio di Stato di Salerno, la composizione del patrimonio fondiario si presenta così: giardini-orti
(48,024 ha), seminativo piano (75,491 ha), seminativo montuoso (18,531 ha), arbosto piano (313,620 ha), arbosto montuoso (508,853 ha), selve e boschi (882,807 ha), vigneti (121,937 ha), boschi misti (51,862 ha), incolti (31,312 ha), oliveto montuoso (0,532 ha), montagna sterile (73,554 ha). In termini comparativi il rapporto fra territorio agricolo e boschivo, in questa fase storica, rivela quindi uno scarto minimo (1.086,456 ha coltivati contro 882,807 ha destinati a bosco: Foscari, 1990, p. 17).
[2] L’estensione di queste aree adatte a colture intensive e specializzate non era paragonabile a quella delle zone limitrofe, in particolare, il fertile agro nocerino-sarnese. La situazione cavese rifletteva le condizioni di disagio in cui si trovava il settore primario nell’intero Mezzogiorno, e solo dopo la metà del secolo XIX, numerosi proprietari locali riuscirono a stimolare la produttività agricola imponendo nei contratti l’obbligo ai fittuari di “scassinare” a parte a parte il podere, nel giro di 4-5 anni, alla profondità di “un metro e mezzo e ancor più”. Operazione, questa, che veniva eseguita interamente a forza di braccia, per un costo unitario calcolato intorno ai 1.300 ducati per ettaro, mettendo contadini e braccianti in condizione di ottenere raccolti più che soddisfacenti, grazie alla terra vergine che riuscivano a dissodare ed alla quantità di concime adoperato (Foscari, 1990, p. 19).

[3] Superficie produttiva complessiva
(seminativi e colture legnose specializzate, bosco e incolti produttivi).

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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