Home
Tu sei qui: Home » Archivio » L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/3

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/3

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/3

di Silvia Siniscalchi

Per quanto riguarda l’organizzazione della produzione terriera, la proprietà imprenditrice si suddivide in proprietari conduttori, coltivatori manuali (che si servono del lavoro familiare, accompagnato o meno da manodopera estranea) e affittuari, con una prevalenza della piccola proprietà coltivatrice e della piccola affittanza coltivatrice
dai redditi imponibili inferiori a L. 10.000; seguono, in numero inferiore, le piccole e medie proprietà ed affittanza imprenditrici boschive, dai redditi imponibili inferiori e superiori a L. 10.000. A proposito di tale ripartizione, così scrive D. Apicella (1964, p. 310):

La popolazione rurale è composta di coloni proprietari, e di coloni fittuari; a queste due categorie però bisogna aggiungere i braccianti, che sono adibiti alle fatiche dei campi. Il colono, proprietario o fittuario che sia, risiede generalmente nel campo, giacché le abitazioni rurali, quasi tutte, sono situate nei fondi. Esso è sobrio nella sua alimentazione, perché si ciba dei prodotti della stessa sua terra (pane di frumentone, minestra verde, legumi, patate, ecc.), e di carne solo nelle grandi occasioni. La bevanda prediletta è l’acqua, e quand’esso ricorre al vino, ne usa con grandissima moderazione, servendosi, in ispecial modo, dell’acquata o vinello, ricavato dalla macerazione della vinaccia nell’acqua. È inoltre, il colono cavese, dimesso nel vestire, ma decente, e cura l’abbigliamento della sua donna, la quale, del resto, lo aiuta a più non posso nei lavori campestri, e passa al telaio il tempo che le avanza.

Esistono, inoltre, imprese armentizie autonome (di ovini e caprini soltanto, per un numero di circa 1.100 capi), staccate da quelle terriere e dal numero molto limitato, perché costrette a sfruttare soltanto il sottobosco, data l’assenza assoluta di pascoli. Il ceto rurale cavese dopo la Seconda Guerra Mondiale può quindi essere raggruppato in
tre categorie: proprietari conduttori coltivatori diretti (1576 ettari); affittuari imprenditori coltivatori diretti (1119 ettari; proprietari imprenditori di aziende boschive: (730 ettari). Così, pure, i tipi di impresa possono semplicemente raggrupparsi in: proprietà imprenditrice (2306 ettari); affittanza imprenditrice (1120 ettari). Anche i rapporti intercorrenti tra impresa e lavoro manuale sono molto semplici, poiché vi è la sola categoria dei salariati avventizi (tagliaboschi), i quali, oltre alla loro occupazione agricola, esercitano anche altri mestieri.

Fig. 1. I risultati economici della produzione terriera a Cava de’ Tirreni negli anni ‘60 del Novecento. Prospetto sintetico della produzione unitaria media annua e complessiva per l’intero territorio comunale dei singoli prodotti del suolo. Fonte: Cuoco, 1964, pp. 37-38.

La Direzione e Amministrazione dei fondi, inoltre, non è mai affidata a categorie specializzate, poiché si tratta, per la maggior parte, di piccole proprietà e affittanze coltivatrici e anche per le medie aziende boschive i proprietari imprenditori e gli affittuari provvedono direttamente per l’amministrazione e la direzione.

La superficie complessiva produttiva del Comune (3.426 ha) negli anni ‘60 del XX secolo è dunque così ripartita: seminativi semplici e con piante legnose (1580 ha); colture specializzate di piante legnose (46 ha); boschi cedui (1.585 ha); incolti produttivi (215).

Gli avvicendamenti non seguono una vera e propria rotazione ciclica uniforme, in quanto le varie colture si alternano spesso, e per più anni, sullo stesso appezzamento di terreno. Il loro orientamento è in stretto rapporto con il particolare regime fondiario, con le condizioni ambientali generali del territorio e con le condizioni del mercato. Comunque rispondono sufficientemente alle specifiche esigenze aziendali.

Buona parte dei prodotti del suolo, diretti e indiretti, viene consumata dalle famiglie stesse degli agricoltori; per alcuni prodotti, anzi, non vi è produzione sufficiente per l’intero fabbisogno annuale. Dunque, fatta eccezione per le patate e il vino, e sempre in misura non elevata, la quantità di prodotti del terreno che viene immessa e venduta direttamente sui mercati è molto limitata.

I più importanti prodotti diretti del suolo valorizzati attraverso una ulteriore trasformazione industriale sono il tabacco e le essenze forestali. Merita poi un particolare cenno l’allevamento del bestiame da reddito, che costituisce una delle attività più proficue delle numerose piccole aziende del territorio: bovini (circa 3000 capi), esclusivamente allevati a sistema stallino (in media 2,3, capi per azienda), mancando del tutto nella zona estensioni, sia pur minime, di pascoli e di prati[1]. Anche i suini, in numero di circa 1000 capi, sono allevati a sistema stallino e costituiscono un redditizio mezzo di trasformazione dei prodotti e residuati di prodotti del suolo in utilissimi e indispensabili prodotti animali.

Il pollame, che ascende a più di 20.000 capi, viene allevato da tutti gli agricoltori. L’allevamento degli ovini e caprini, infine, pur essendovi qualche contadino che ne possiede uno o due capi, viene esclusivamente praticato da imprese autonome staccate da quelle terriere. La pastorizia locale, però, data la mancanza di pascoli, riveste carattere di scarsa importanza economica e il numero complessivo dei capi è di circa 1100, con un massimo di 100 capi circa per pastore proprietario. Sorge, inoltre, presso ogni proprietario di gregge una piccola industria casearia familiare, per la produzione di formaggi e ricotte; prodotti questi che vengono, poi, direttamente venduti ai locali negozi del centro cavese.

1234567


[1] L’assenza dei pascoli, e quindi del foraggio verde, viene in buona parte coperta dalle abbondanti produzioni degli erbai autunno-vernini (rape, fave, orzo, ecc.) e primaverili-estivi (granoturco da foraggio); e la deficienza di fieno con l’uso di cruscami ed altri mangimi concentrati (panelli, tritami di granturco, ecc.).

Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

Numero di voci : 111

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto