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L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/4

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/4

di Silvia Siniscalchi

Manifatture e
industria

La vocazione mercantile di Cava risale al medioevo, allorché, nel secolo XII, fu «terra feudale del monastero della SS. Trinità, la quale comprendeva appena una borgata detta “Scaczaventuli” con qualche piccolo casale sui colli vicini. La sua importanza era legata alla ubicazione geografica, perché, posta tra l’antica Nuceria e Salerno, a guardia dell’Abbazia, offriva vantaggiosi mercati ed era la chiave per penetrare nella Lucania (Coppola, Colamonico, Martini, Chierici, 1931, online).

Dopo avere toccato uno straordinario livello di sviluppo in epoca aragonese, la particolare esperienza economica della città prosegue nel corso del XIX secolo, dimostrando come la sua crescita fosse legata all’industriosità, alla rapida recettività e messa in opera di tecniche di lavoro artigianale apprese in virtù di viaggi in zone anche lontane e alla pratica del commercio che vantava tradizioni remote. La partecipazione alle fiere e ai mercati che si tenevano nel Borgo Scacciaventi e nella vicina Salerno, alle esposizioni che annualmente venivano effettuate nella capitale, sono una testimonianza concreta della permanenza di un’antica vocazione commerciale e manifatturiera della cittadina che l’aveva portata nel passato a essere un centro di aggregazione economica tra i più floridi del Nord del Principato Citeriore[1].

Di qui la considerazione secondo cui, con le dovute proporzioni, «il Borgo degli Scacciaventi fu per Cava quello che per i Romani fu il Forum: emporio di merci, stipate nelle botteghe o bellamente esposte sotto i portici, e sede di compra-vendita e di contrattazioni che comprendevano, oltre i prodotti della tessitura, anche quelli della terra, come granaglie, vini ed olii. Intenso era il traffico, specie in alcune ore del giorno dette di punta, che creava ingorghi e intasamenti per via delle salmerie e delle carrette. Il prof. Giovanni Abignente[2] è dell’opinione che esistevano delle vere agenzie specie per il trasporto delle merci da e per i porti di Vietri e Cetara dove esisteva una grossa flotta per i trasporti marittimi. Anche considerevole era la folla di gente indaffarata nella quale frequente era la presenza di forestieri di Lucca, Verona, Napoli, Venezia, Firenze che già sono città i cui nomi più spesso ricorrono nei documenti commerciali di allora». Si tratta di un’attività commerciale che, come risulta dai documenti notarili coevi, fiorisce soprattutto in epoca aragonese (Canonico, 1998, vol. I, p. 95).

Fig. 2. I principali prodotti agricoli e manifatturieri lavorati a Cava alla fine del XVIII secolo. Fonte: Canonico, 1998, pp. 350-351.

Le manifatture (lana, lino, cotone, seta e canapa) avevano difatti ricevuto nei secoli precedenti costanti sollecitazioni non solo dal mercato interno, ma anche dai più lontani mercati veneti e fiorentini, interessati alla produzione cavese. Non mancò, all’inizio del XIX secolo, l’incoraggiamento del governo murattiano. Dal 1809, infatti, si organizzò annualmente nella capitale «con riferimento di premi agli espositori» un’esposizione delle migliori produzioni dell’industria nazionale, che fornisce una testimonianza del perdurante livello dell’artigianato cavese.

Del resto, l’occupazione nell’“industria” manifatturiera riguardava il 17% circa dei censiti dal catasto del 1813, pari a 166 unità, e la sua peculiarità consisteva nel carattere domiciliare del lavoro. Buona parte dei componenti le singole famiglie erano impegnati in queste attività, anche se per l’industria e manifattura del cotone non mancavano piccole fabbriche che lavoravano su commissione di singoli negozianti. Va osservato, tuttavia, che i mezzi tecnici utilizzati nell’industria tessile risultavano poco moderni rispetto all’incremento che faceva registrare l’attività. Sin dal 1810 si avvertì l’esigenza di un miglioramento dei manufatti, ma i telai, insufficienti e superati, l’assenza di capitali da impiegare nel settore e, soprattutto, la mancanza di macchine per filare i “cottoni”, crearono seri ostacoli in proposito.

A causa di questi impedimenti, l’arte manifatturiera locale subì un ridimensionamento, dovuto anche alle generali condizioni di disagio del settore in tutta la Provincia di Salerno, dove si avvertivano analoghe difficoltà dovute alla carenza delle infrastrutture (mancavano le macchine per battere e filare il cotone e la lana, scarseggiavano i prodotti chimici per la colorazione dei manufatti e, soprattutto, si faceva sentire la concorrenza degli articoli provenienti dall’estero, cui la produzione locale non sapeva opporsi e per la qualità e per il basso costo con cui questi ultimi venivano importati). Solo mediante il miglioramento delle attrezzature ed evitando una forte incidenza della manodopera sul prezzo del prodotto finito, vietando l’importazione di manufatti che si potevano produrre nel regno e ricorrendo a tecnici che migliorassero e diffondessero l’arte, si pensava di porre rimedio a tale stato di fatto.

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[1] Giovanni Abignente, professore di Storia del Diritto all’Università di Napoli e autore de Gli Statuti inediti di Cava dei Tirreni (Roma, Loescher, 1896).
[2] Cfr. l’espressione di “tipica città-mercato” usata per Cava da Leopoldo Cassese, a voler indicare l’importanza che assumeva il mercato cittadino e il volume di affari che garantiva (Cassese, 1970, p. 260).

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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