Home
Tu sei qui: Home » Archivio » L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/5

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/5

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/5

di Silvia Siniscalchi

A Cava i disagi si acuirono non appena il lento processo di industrializzazione entrò nell’orbita del Salernitano, aprendo in varie zone del vicinato prospettive industriali che ebbero un riflesso determinante sulla realtà locale. L’avvento delle industrie nelle aree contermini provocò, infatti, una preoccupante crisi per la produzione manifatturiera di tipo casalingo, cui gran parte della popolazione cavese era dedita. Le reazioni che si generarono a Cava per la crisi occupazionale e dei salari determinarono nel 1848 una forma di luddismo, repressa con l’intervento della Guardia Nazionale; né sortirono alcun effetto i tentativi da parte dei cavesi di ottenere un interessamento del governo a sostegno della propria economia artigianale: non si poteva sacrificare l’attività industriale a vantaggio di un esiguo numero di lavoratori. Tuttavia, durante il periodo borbonico, la produzione di “pezze di lino e cotone”, sorretta da una borghesia disposta ancora a investire capitali in questo specifico settore, trovava un proprio mercato, non esclusivamente interno.

Tale situazione di stallo è evidenziata dall’arrivo degli imprenditori svizzeri nel Regno di Napoli. I fabbricanti cavesi, infatti, sin dagli anni ‘30 dell’Ottocento fanno ampio uso del filato di fabbrica inglese o di quello prodotto nelle fabbriche svizzere del Regno (a Piedimonte, Scafati o a Fratte di Salerno), senza però fare tesoro degli stimoli verso un miglioramento produttivo sostanziale.

La storia dell’accentramento della lavorazione in fabbrica a Cava, infatti, «è una storia di pochi sporadici tentativi pressoché tutti falliti: opifici di dimensioni ridotte, dal ciclo di vita molto breve, praticamente emarginati dal sistema imprenditoriale locale, basato sull’abbinamento produzione commercio e sulla “fabbrica decentrata”, come la definisce efficacemente Villani. Non a caso i pochi tentativi saranno portati avanti da personaggi estranei al mondo commerciale e manifatturiero cavese o almeno a quello che conta» (De Majo, 2005, p. 215).

Non si tratta di un particolare, giacché l’accentramento della lavorazione è una condicio sine qua non per l’abbattimento dei costi di produzione e l’aumento dei profitti. È però una strategia che richiede investimenti che per le fabbriche cavesi sono probabilmente troppo alti, spingendole a fare ricorso ai sistemi tradizionali, ossia ai filatoi e telai manuali, fatta salva qualche rara eccezione. Il che non deve far dimenticare che questa città nella prima metà dell’Ottocento si trovava ai primi posti della gerarchia urbana della provincia di Salerno, con una sua specifica identità territoriale. Non gravitava infatti su Napoli, capitale del Regno, né sul Salernitano, ma coltivava una propria autonomia culturale ed economica, fondata sulla proprietà fondiaria, sulle manifatture, sull’artigianato e sull’intreccio tra finanza e potere locale (Musi, 1990).

1234567

Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

Numero di voci : 111

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto