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L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/6

L’economia di Cava de’ Tirreni tra la fine del XIX secolo e la prima e seconda metà del Novecento/6

Cava era vivacizzata dalla presenza di una borghesia non più relegata ai margini dell’apparato socio-economico urbano e impegnata in contesti produttivi distinti. A partire dal decennio napoleonico[1] questo ceto borghese era divenuto progressivamente classe dirigente (affiancando la preesistente classe media di cultura settecentesca e ascendenza baronale), ma con alcuni limiti e qualche contraddizione: da un lato era impegnata «in vari settori produttivi (l’intrapresa commerciale, la bottega artigianale, l’attività manifatturiera)»  o «in attività professionali (mediche e legali) ed impiegatizie»; dall’altro, usava «la rendita fondiaria per accrescere il patrimonio terriero e lo status sociale», faceva ricorso ad «attività parassitarie (praticando, ad esempio, l’usura)» e si rivelava indisponibile a fare investimenti per modernizzare «il comparto manifatturiero, potenzialmente remunerativo ma bisognoso di ingenti capitali e, ancor più, di una solida mentalità imprenditoriale ed innovativa, per mantenere un apprezzabile livello di competitività e non ridurre l’occupazione» (Foscari, 1990, p.13).

Si tratta quindi di una borghesia priva di lungimiranza imprenditoriale, tra la frammentazione del territorio agricolo e il basso livello tecnologico di numerose attività manifatturiere e artigianali. Tali limiti si replicano nel settore amministrativo, considerato un’occasione di controllo e potere del municipio, di cui condizionare le fondamentali scelte finanziarie, individuando «possibili canali per rafforzare ancor più la propria posizione sociale (seguendo con attenzione, ad esempio, la via degli appalti), tanto che si può finanche dire che li foraggiasse opportunamente», ribadendo «la propria autonomia decisionale, soprattutto in materia tributaria, senza scrupoli, sino al limite della tolleranza degli organi di controllo statale» (Ibidem). Dall’esame degli iscritti alla Camera di Commercio nel 1864-65 risulta anche la notevole mobilità, «quasi una volatilità, tra gli imprenditori tessili: tanti si ridimensionano, altri subentrano, alcuni cambiano settore di intervento oppure cessano l’attività» (De Majo, 2005, p. 231).

Nella “statistica” del 1857, ancora, circa 6.000 lavoratori risultano impegnati nel settore, ma permane la peculiarità della piccola azienda con una media di 5 operai per ciascuna di esse. La mancata concentrazione di questi ultimi in filande con strumenti tecnici idonei alla produzione in serie, ma anche una carente capacità imprenditoriale della borghesia cavese, continuavano a essere le cause principali di un ridimensionamento produttivo e qualitativo dei manufatti rispetto agli stabilimenti posti nelle vicinanze. Unica eccezione poteva considerarsi la tessitoria di teloni che dava pane a 42 operai, tutti maschi, con una preponderante presenza di ragazzi tra i 9 e i 16 anni (28 unità su 42), ma i macchinari apparivano largamente inadeguati.

Permane, quindi, questa inadatta ramificazione, dietro cui si cela un comportamento delle forze “imprenditoriali” della città restie a stravolgere la secolare organizzazione dell’“arte” tessile. Su di essa puntava ancora una cospicua e dinamica borghesia commerciale, composta da nuclei familiari che già possedevano una solida esperienza come produttori e venditori di manufatti, o si erano inseriti da poco in tale attività lavorativa. Questi commercianti vanno considerati come degli imprenditori polivalenti, capaci di impegnare i capitali, di curare personalmente la produzione e di organizzare la vendita nella propria bottega; sicché non stupisce che essi venissero qualificati indifferentemente come “manifatturieri” o come “negozianti”. Proprio il rapporto diretto con il mercato, malgrado il mancato adeguamento infrastrutturale e la concorrenza, assicurava loro margini di profitto accettabili che venivano reimpiegati nel settore o, come più spesso accadeva, servivano per accrescere la proprietà terriera [2] (liberamente tratto da Foscari, 1990, pp. 25-31).

Soltanto nel 1899 Leopoldo Siani, un giovane imprenditore, crea una vera e propria fabbrica nella frazione di Passiano, unica nella storia dell’industria tessile cavese. Ma il momento storico non è propizio: dopo l’Unità d’Italia, l’attività tessile a Cava è ridotta quasi soltanto alla componente commerciale. La città risente infatti, come tutte le aree del Mezzogiorno, della fine del protezionismo doganale, dovuta all’estensione a tutto il paese della tariffa liberista del Regno Sabaudo. La decadenza durerà decenni, perché il sistema produttivo del comparto tessile a Cava è colpito anche dalla concorrenza di quello salernitano-svizzero, avvantaggiato da un sistema produttivo molto più avanzato e moderno. Leopoldo Siani, in tal senso, è un’illustre eccezione. Ai primi del Novecento, però, il comune è considerato uno dei più ricchi ed importanti del circondario di Salerno (cfr. Apicella, 1964), con una popolazione urbana dedita soprattutto al commercio, ma anche alle professioni e alle industrie, tra cui quella dei tessuti (i Cavesi tengono in azione più di 1000 telai, che producono oltre 15.000 pezze di lavori diversi, di ottima qualità) ma anche quella dei maccheroni, la cui fabbricazione assume grande importanza, con diversi pastifici sorti in vicinanza del borgo (ossia del Corso Umberto I). Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’attività produttiva si diversifica: sorgono a Cava diverse industrie locali per la produzione del carbone e per la lavorazione dei prodotti dei boschi; una Agenzia Coltivazioni Tabacchi (dipendente dalla Direzione Compartimentale Coltivazioni Tabacchi) e un Magazzino Generale della Concessione Speciale “Parisi Benincasa” per la lavorazione e per l’imbottamento del tabacco secco in foglia; ed una Manifattura Tabacchi dei Monopoli di Stato per la fabbricazione di “sigari toscani”. Presso le stesse aziende di produzione, poi, sono frequenti le piccole industrie, quali l’essiccamento del tabacco, l’allevamento di bestiame da reddito, l’enologia, l’oleificio e l’apicoltura. Le leve storiche dello sviluppo cavese (il commercio, l’agricoltura e il turismo) conoscono così uno sviluppo progressivo, producendo una condizione di benessere generale e facendo sì che la città fosse, fino agli anni ‘70 del ‘900, una delle più ricche nel contesto provinciale e regionale.

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[1] Come noto, il fenomeno si lega alle leggi “di eversione della feudalità” (1806-1808), con le quali Giuseppe Bonaparte induce, di fatto, l’ascesa del ceto borghese nel Mezzogiorno

[2] L’incremento del patrimonio terriero e la rendita fondiaria, anche per coloro che basavano la propria fortuna sul commercio, l’artigianato o su attività professionali, rappresentavano gli autentici grimaldelli per entrare a far parte della ristretta élite che gestiva il potere nella società locale. La terra, infatti, era il bene cui prestare maggiore attenzione, anche perché durante l’Ottocento essa restava la principale fonte di rendita

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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