Lun. Ago 26th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Legalità, legittimazione e fattore Berlusconi

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di Carmelo Conte
di Carmelo Conte

newCarmelo_Conte_Salerno_Di là dei distinguo sulle natura più o meno politica della vicenda giudiziarie di Berlusconi, è certo che essa, oltre a condizionare la vita del Governo Letta, sarà al centro della prossima campagna elettorale, e potrebbe determinarne l’esito. Tuttavia non è destinate ad avere gli effetti di mani pulite, perché non colpisce un sistema politico ma Berlusconi ad personam che, come leader, potrà continuare a godere del consenso popolare, e  del diritto di parola e di azione, da semplice cittadino (come Grillo). Le gravi disavventure e i processi in cui è incappato ne invalidano, infatti, la capacità di governo e non di fare politica e soprattutto, pur condizionandolo, non pregiudicano irreversibilmente  il futuro della destra italiana. Apparentemente non è cambiato molto neppure per il Pd, salvo il rischio che la sua prospettiva politica si riduca al comandamento “ le sentenze si rispettano”, con ciò chiudendosi in un orizzonte opposto e simmetrico rispetto a quello del Pdl: “Berlusconi è un perseguitato”. Anche perché la legalità è un imperativo di vita, non un’opzione politica, e neppure un valore definito una volta per sempre. Sarebbe, perciò, opportuno domandarsi, senza mettere in discussione il principio, quale interpretazione del diritto possa nascere dal pragmatismo della quotidianità in cui l’Italia sta vivendo. “Il diritto, scriveva con sguardo premonitore nel 1978 Ortega y Gasset, giunge a essere ciò che esisterà domani, quando si avrà la nuova legge giusta, ciò che non c’è mai oggi, poiché quello che c’è serve solo come invito a cambiarlo”. Sicché, mancando una direzione e un fine abbracciante, anche le norme giuridiche vagano nel caos, come dimostrano le recenti esternazioni del Dr. Esposito, il Presidente del collegio giudicante del Cavaliere. Il Pd deve, perciò, levarsi oltre il pregiudizio e prendere atto che Berlusconi ha acquisito una sua legittimazione popolare e non può essere sconfitto alla Di Pietro maniera, ma con una sfida in campo aperto. Superando il complesso di inferiorità mediatica e un  evidente difetto di analisi sul fattore Berlusconi e più in generale sulla dialettica che ha caratterizzato i partiti nei momenti di difficoltà. Laddove, per il passato, l’esigenza di una politica di unità nazionale, a parte il caso sui generis del governo Monti, si è posta essenzialmente solo in altre due occasioni. La prima volta, negli anni settanta, fu sostenuta, nella forma del compromesso storico, da Berlinguer sulla base di un “piano di emergenza” economico e sociale che la Dc rifiutò di discutere. Sicché il Pci fu costretto ad accettare senza condizioni un monocolore Dc, guidato da Andreotti, che ebbe gravi conseguenze: il rifiuto della Dc determinò una frustrazione nel popolo della sinistra che alimentò il pantano nel quale nuotarono poi i pesci della lotta armata. La seconda volta, fu evocata dopo le elezioni dell’aprile del 2006, quando nessuna delle due coalizioni elettorali (Prodi-Berlusconi) disponeva della maggioranza al Senato, ma la sinistra rifiutò l’accordo e fece un Governo con il sostegno dei voti dei senatori a vita. Finì con le elezioni anticipate che la destra stravinse. Alla luce di tali precedenti, appare evidente quali siano le ragioni per cui  la sinistra storica, compreso il Psi,  ha interpretato, con successo, la sua parabola evolutiva attraverso un processo di assimilazione verso il proprio antagonista (la Dc), mentre il Pd stenta a padroneggiare il proprio destino e soffre l’alleanza di emergenza con il Pdl. In realtà, come ha certificato anche la direzione nazionale di giovedì scorso, la sua difficoltà non sta nella formula politica bensì nell’incapacità, ammantata di antiberlusconismo, a farne una missione motivata. Ha dato il via al Governo di necessità ma non l’ha accompagnato con un piano di emergenza (come Berlinguer nel ‘76) che ne definisse gli obiettivi e la durata. Tant’è che Letta, dopo quella delle riforme istituzionali, ha elaborato anche una road map tattica: rendere reale e credibile l’avvio della ripresa economica e poi, in sintonia con Napolitano, andare alle elezioni per archiviare definitivamente il caso Berlusconi. Un percorso politicamente apprezzabile eppure i maggiori ostacoli vengono dal Pd che si comporta come se stesse con il Governo ma non al governo, mentre il Pdl pospone tutto o quasi alla concessione della Grazia a Berlusconi.

(da La Città)

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